Uscire dal Castello dei Vampiri

by / 13 Novembre 2020


Trad. it. a cura di Chaosmotics

Quest’estate ho preso seriamente in considerazione la possibilità di ritirarmi da qualsiasi coinvolgimento politico. Esausto per il troppo lavoro, incapace di alcuna attività produttiva, mi sono ritrovato alla deriva nei social network, sentendo la mia depressione e la mia stanchezza crescere inesorabilmente.

L’ala “più a sinistra” di Twitter può spesso rivelarsi un luogo miserabile e scoraggiante. All’inizio di quest’anno, ci sono state alcune importanti twitterstorms in cui sono state “prese di mira” e condannate alcune particolari figure vicine alla sinistra. Ciò che queste figure affermavano era, a volte, certamente discutibile; tuttavia, il modo in cui sono stati personalmente diffamati e perseguitati nascondeva un residuo, un non-detto, orrendo: il fetore della cattiva coscienza e del moralismo da caccia alle streghe. Il motivo per cui non ho mai parlato di nessuno di questi eventi, mi vergogno a dirlo, è stata la paura. I “bulli” stavano dall’altra parte del parco giochi, e io non volevo attirare la loro attenzione.

La sconfinata ferocia di questi scambi di tweet era accompagnata da qualcosa di più pervasivo, e per questo forse più destabilizzante: un’atmosfera di risentimento sarcastico. L’oggetto più frequente di questo risentimento è stato Owen Jones1, e gli attacchi a lui rivolti – la persona maggiormente responsabile del risveglio della coscienza di classe nel Regno Unito negli ultimi anni – sono stati uno dei motivi per cui questi episodi mi hanno così scosso. Se questo è ciò che succede ad un uomo di sinistra che riesce a portare la lotta al centro della vita britannica, perché poi qualcuno dovrebbe volerlo ascoltare e volerlo seguire ed emulare? L’unico modo per evitare questa violenza psicologica è davvero rimanere in una posizione di impotente marginalità?

Una delle cose che mi hanno fatto uscire da questo torpore depressivo è stato andare alla People’s Assembly a Ipswich2, vicino a dove vivo. L’assemblea era stata accolta con i soliti sorrisi di scherno e prese in giro sarcastiche. Si sarebbe trattato, ci è stato detto, di un’inutile bravata, in cui i media di sinistra, compreso Jones, si sarebbero lustrati le vesti nell’ennesima manifestazione di quella cultura da celebrità con la puzza sotto il naso. Al contrario, ciò che è successo ad Ipswich è stato molto diverso da come fu dipinto ironicamente. La prima metà della serata – culminata in un discorso entusiasmante di Owen Jones – è stata chiaramente presieduta dagli oratori di maggior fama. Ma la seconda metà dell’incontro ha visto gli attivisti della classe operaia di tutto il Suffolk dialogare tra loro, sostenersi a vicenda, condividere esperienze e strategie. Lungi dall’essere un altro esempio di leftismo gerarchico, la People’s Assembly è stata invece un esempio di come il verticale possa essere combinato con l’orizzontale: il potere e il carisma dei media potevano attirare in sala persone che non erano mai state ad un incontro politico, una sala dove parlare ed esporre ragionamenti a, e con, attivisti esperti. L’atmosfera era antirazzista e antisessista, eppure libera dal paralizzante senso di colpa e dal sospetto che pende sulla “sinistra di Twitter” come una nebbia acre e soffocante.

Poi, c’era Russell Brand. Sono stato a lungo un ammiratore di Brand – uno dei pochi comici di grande fama sulla scena attuale a provenire da un retroterra proletario. Negli ultimi anni, c’è stato un graduale ma spietato imborghesimento della commedia televisiva, con l’assurdo, stupido e ultra-snob Michael McIntyre e una desolante schiera di noiosi laureati opportunisti a dominare il palcoscenico.

Il giorno prima che l’ormai famosa intervista di Brand con Jeremy Paxman andasse in onda su Newsnight, avevo visto lo spettacolo Messiah Complex di Brand a Ipswich. Lo spettacolo era provocatoriamente pro-immigrazione, pro-comunismo, antiomofobia, pieno di intelligenza della classe operaia non filtrata da alcuna paura di vantarsene, e queer nel modo in cui la cultura popolare era una volta (niente a che fare con l’acida devozione identitaria che ci viene imposta dai moralizzatori della “sinistra” post-strutturalista). Malcolm X, Che Guevara… la politica come uno smantellamento psichedelico della realtà esistente: questo era il comunismo, qualcosa di fresco, affascinante e proletario, invece che essere un sermone saccente.

La sera dopo, fu chiaro che l’apparizione di Brand avesse prodotto un momento di spaccatura. Per alcuni di noi l’abbattimento pubblico di Paxman da parte di Brand fu fortemente commovente, quasi un’esperienza mistica; non riuscivo a ricordare l’ultima volta che a una persona nata nel contesto della classe operaia fosse stato dato lo spazio per distruggere in modo così feroce qualcuno di una classe “superiore” usando acume e ragione. Non si trattava di Johnny Rotten che impreca contro Bill Grundy – un atto di antagonismo che confermava, piuttosto che sfidare, gli stereotipi di classe. Brand aveva superato Paxman in acume – e l’uso dell’umorismo era ciò che separava Brand dalla tristezza di tanto “leftismo”. Brand è capace di far sentire le persone bene con loro stesse; mentre la sinistra moralista è specializzata nel far sì che le persone si svalutino, e non è soddisfatta finché la loro testa non è attanagliata da sensi di colpa e dal disgusto di sé.

Questo tipo di sinistra pedante si è assicurata velocemente che la vicenda dell’intervista non riguardasse l’incredibile devastazione, da parte di Brand, delle blande convenzioni del “dibattito” dei media mainstream, né che riguardasse la sua affermazione riguardo al fatto che la rivoluzione sarebbe avvenuta (quest’ultima affermazione poteva essere recepita solo dalla “sinistra” narcisistica piccolo-borghese dalle orecchie a sventola, quando Brand asserì di voler guidare la rivoluzione – cosa alla quale essi risposero con il tipico risentimento: “Non ho bisogno di una celebrità che mi guidi“). Per i moralisti, la storia dominante doveva riguardare la condotta personale di Brand – in particolare il suo sessismo. In un’atmosfera di maccartismo febbrile alimentata dalla sinistra moralizzatrice, osservazioni che potrebbero essere interpretate come sessiste significano che Brand è sessista, il che significa anche che è un misogino. Ridotto ai minimi termini, delegittimato, condannato.

È giusto che Brand, come tutti noi, risponda del suo comportamento e del linguaggio che usa. Ma tale interrogatorio dovrebbe avvenire in un clima di cameratismo e di solidarietà, e probabilmente non in pubblico, in primo luogo – anche se quando Brand è stato interrogato sul sessismo da Mehdi Hasan, ha mostrato esattamente quel tipo di umiltà simpatica e fresca che mancava del tutto nelle facce di pietra di coloro che lo avevano giudicato. “Non credo di essere sessista, ma ricordo mia nonna, la persona più amabile e dolce che abbia mai conosciuto, che era una gran razzista – ma non credo lo sapesse. Non so se ho dei postumi da sbornia culturale, so di avere un grande amore per la linguistica proletaria, come ‘tesoro’ e ‘bellezza’, quindi se le donne pensano che io sia sessista, esse sono in una posizione migliore per giudicare di quanto non lo sia io, perciò ci lavorerò su”.

L’intervento di Brand non è stato un tentativo di leadership, ma un’ispirazione, una chiamata alle armi. E io per primo sono stato ispirato. Dove qualche mese prima sarei rimasto in silenzio, mentre i moralizzatori di #PoshLeft sottoponevano Brand ai loro tribunali di canguri e alle loro condanne in piazza di personaggi pubblici – con “prove” di solito raccolte dalla stampa di destra, sempre disponibile a dare una mano – questa volta sarei stato pronto ad affrontarli. La risposta a Brand è diventata rapidamente significativa quanto l’intervista con Paxman. Come ha sottolineato Laura Oldfield Ford, quello è stato un momento di chiarimento. E una delle cose che mi è finalmente risultata chiara è stato il modo in cui, negli ultimi anni, tanta parte della sedicente “sinistra” ha soppresso la questione della classe.

La coscienza di classe è fragile e tremante. La piccola borghesia, che domina l’accademia e l’industria della cultura, utilizza ogni sorta di sottile deviazione semantica e precauzione in grado di impedire che l’argomento venga fuori, e se ciò dovesse avvenire, essa fa sì che lo si pensi come un atto di terribile impertinenza, una violazione del galateo, al fine di rispedire tale discorso nell’oblio. Sono anni che parlo a eventi di sinistra, anticapitalisti, ma raramente ho parlato – o mi è stato chiesto di parlare – del concetto di “classe” in pubblico.

Una volta che la classe è riapparsa, ad ogni modo, è stato impossibile non vederla ovunque in seguito alla vicenda di Brand. Egli è stato rapidamente giudicato e/o è stata messa in discussione la sua integrità da almeno tre ex-docenti di sinistra di scuole private. Altri ci hanno detto che Brand non poteva far parte della classe operaia, perché era un milionario. È allarmante quanti “sinistrorsi” sembravano fondamentalmente d’accordo con la deriva che si insinuava alla domanda di Paxman: “Cosa dà a questa persona della classe operaia l’autorità di parlare?”. È anche allarmante, e per la verità angosciante, che essi sembrino credere sul serio che la classe operaia debba rimanere in povertà, nell’oscurità e nell’impotenza per non perdere la propria “autenticità”.

Qualcuno mi ha passato un post scritto su Facebook riguardo a Brand. Non conosco la persona che l’ha scritto e non vorrei nominarla. La cosa fondamentale da evidenziare erano i sintomi che tale post mostrava in relazione ad un insieme di atteggiamenti snob e condiscendenti che sarebbe apparentemente giusto esibire anche classificandosi come di sinistra. L’intero tono era terribilmente arrogante, come se si trattasse di un insegnante che corregge il lavoro di un bambino, o di uno psichiatra che valuta un paziente. Brand, a quanto pare, è “chiaramente instabile… una brutta relazione o una brutta carriera a rischio di crollare di nuovo nella tossicodipendenza o peggio”. Anche se la persona sostiene di “assomigliargli molto [a Brand]”, forse non si rende mai conto che una delle ragioni per cui Brand potrebbe essere “instabile” è proprio questa sorta di “valutazione” paternalistica e falsamente trascendente da parte della borghesia “di sinistra”. C’è anche un aspetto scioccante ma rivelatore legato al fatto che l’individuo si riferisce con disinvoltura all’”educazione frammentaria di Brand [e] ai frequenti slittamenti vocali che inducono a trasalire, caratteristici dell’autodidatta” – con cui, questo individuo dice candidamente di “non aver alcun problema”, che gentile! Non si tratta di un burocrate coloniale che scrive dei suoi tentativi di insegnare la lingua inglese ad alcuni “nativi” del XIX secolo, o di un maestro di scuola vittoriano di qualche istituto privato che descrive un borsista, ma di un individuo “di sinistra” che scrive ciò che ha scritto soltanto qualche settimana fa.

Che fare? Bisogna prima di tutto individuare le caratteristiche dei discorsi e dei desideri che ci hanno portato a questa situazione triste e demoralizzante, dove la classe è scomparsa, ma il moralismo è ovunque; dove la solidarietà è impossibile, ma la colpa e la paura sono onnipresenti – e non perché siamo terrorizzati dalla destra, ma perché abbiamo permesso ai modi borghesi della soggettività di contaminare il nostro movimento. Credo che ci siano due configurazioni libidico-discorsive che hanno portato a questa situazione. Si definiscono di sinistra, ma – come ha chiarito l’episodio del Brand – sono per molti versi il segno che la sinistra – definita come agente della lotta di classe – è quasi scomparsa.

Dentro il Castello

La prima configurazione è quella che ho voluto chiamare Castello dei Vampiri. Esso è l’organo specializzato nella propagazione della colpa. Si manifesta come il desiderio di un sacerdote di scomunicare e condannare, come il desiderio di un pignolo accademico di essere il primo a vedere un errore, e come il desiderio di un hipster di essere uno dei protagonisti della scena. Il pericolo in cui si incorre nell’attaccare il Castello dei Vampiri è quello di cadere nel tranello per cui attaccandolo  – e il Castello farà tutto il possibile per rafforzare questo pensiero –  sembrerà che si stiano attaccando anche le lotte contro il razzismo, il sessismo e l’eterosessismo. Ma, lungi dall’essere l’unica espressione legittima di tali lotte, il Castello dei Vampiri può essere meglio inteso come una perversione borghese-liberale e un’appropriazione dell’energia di questi movimenti di lotta. Il Castello dei Vampiri è nato nel momento in cui la lotta non definibile per categorie identitarie è diventata la ricerca di una “identità” riconosciuta da un Grande Altro3 borghese.

Il privilegio di cui certamente godo come maschio bianco consiste in parte nel non essere consapevole della mia etnia e del mio genere, e l’esser occasionalmente reso consapevole di questi punti ciechi della mia individualità è un’esperienza sobria e rivelatrice. Ma, piuttosto che cercare un mondo in cui tutti si liberino dalla classificazione identitaria, il Castello dei Vampiri cerca di riportare le persone in campi di identificazione, dove sono per sempre definite nei termini stabiliti dal potere dominante, paralizzate dall’autocoscienza e isolate da una logica solipsistica che insiste sul fatto che non possiamo capirci se non apparteniamo allo stesso gruppo identitario.

Ho notato un affascinante meccanismo magico di proiezione-disconoscimento dell’inversione, per cui la sola menzione della classe è ora automaticamente trattata come se ciò implicasse il declassamento dell’importanza di razza e/o genere. In realtà parliamo esattamente del contrario, in quanto il Castello dei Vampiri usa una comprensione, in ultima analisi, liberale della razza e del genere per offuscare la classe. In tutte le assurde e traumatiche twitterstorms sul privilegio, avvenute all’inizio di quest’anno, si è notato che la discussione sul privilegio di classe era del tutto assente. Il compito, come sempre, rimane l’articolazione di classe, genere e razza – ma la mossa fondante del Castello dei Vampiri è il disarticolare la classe attraverso altre categorie.

Il problema da risolvere per cui il Castello dei Vampiri è stato creato è questo: come si fa a detenere potere e immense ricchezze e, allo stesso tempo, apparire come vittima, marginale e oppositiva? La soluzione c’era già – nella cristianità. Così il Castello ricorre a tutte le strategie infernali, le patologie oscure e gli strumenti di tortura psicologica che il cristianesimo ha inventato, e che Nietzsche ha descritto nella Genealogia della morale. Questo sacerdozio della cattiva coscienza, questo nido di pii colpevoli, è esattamente ciò che Nietzsche aveva predetto dicendo che qualcosa di peggio del cristianesimo era già in arrivo. Eccolo qui, ora.

Il Castello dei Vampiri si nutre dell’energia, delle ansie e delle vulnerabilità dei giovani studenti, ma soprattutto vive trasformando le sofferenze di particolari gruppi – più “marginali” sono, meglio è – in capitale accademico. Le figure più lodate del Castello dei Vampiri sono quelle che hanno individuato un nuovo mercato della sofferenza: chi riesce a trovare un gruppo più oppresso e soggiogato di qualsiasi altro sfruttato in precedenza si troverà promosso molto rapidamente tra i ranghi.

La prima legge del Castello dei Vampiri è: individualizzare e privatizzare tutto. Mentre in teoria sostiene di essere a favore della critica strutturale, in pratica non si concentra mai su nulla se non sul comportamento individuale. Alcuni di questi tizi della classe operaia non sono molto ben educati, e a volte possono essere molto rudi. Ricordate: condannare gli individui è sempre più importante che prestare attenzione alle strutture impersonali. La classe dirigente vera e propria diffonde ideologie individualiste, pur tendendo ad agire come una classe. (Molti di quelli che chiamiamo “complotti” sono esempi di come la classe dirigente mostri la propria declinazione di solidarietà di classe). Il Castello, in quanto servitore-zimbello della classe dominante, fa il contrario: rende a parole un servizio alla “solidarietà” e alla “collettività”, mentre agisce sempre come se le categorie individualiste imposte dal potere reggessero davvero. I membri del Castello dei Vampiri, piccoli borghesi fino al midollo, sono intensamente competitivi, ma questo viene represso nella maniera passivo-aggressiva tipica della borghesia. Ciò che li tiene insieme non è la solidarietà, ma la paura reciproca – la paura che saranno i prossimi ad essere smascherati, esposti, condannati.

La seconda legge del Castello dei Vampiri è: far apparire il pensiero e l’azione molto, molto difficili. Non ci deve essere leggerezza, e certamente non umorismo. L’umorismo non è serio per definizione, giusto? Il pensiero è un lavoro duro, per chi ha la voce altezzosa e le sopracciglia corrucciate. Dove c’è fiducia, dovete introdurre scetticismo; insinuare il “non siate precipitosi, dobbiamo pensarci più a fondo”; ricordare che “avere delle convinzioni è opprimente, e potrebbe portarvi ai gulag”.

La terza legge del Castello dei Vampiri è: diffondere più sensi di colpa possibile. Più colpevoli ci si sente, meglio è. La gente deve sentirsi in colpa: è segno che capisce la gravità delle cose. Va bene essere privilegiati, se ci si sente in colpa per il privilegio e si fanno sentire in colpa anche gli altri, in una posizione di classe subordinata. Fai delle buone azioni anche per i poveri, vero?

La quarta legge del Castello dei Vampiri è: essenzializzare. Mentre la fluidità dell’identità, la pluralità e la molteplicità sono sempre rivendicate a nome dei membri del Castello – in parte per coprire il proprio retroterra invariabilmente benestante, privilegiato o borghese-assimilazionista – il nemico è sempre da essenzializzare. Poiché i desideri che animano il Castello sono in gran parte i desideri dei sacerdoti di scomunicare e condannare, ci deve essere una forte distinzione tra il Bene e il Male, con quest’ultimo essenzializzato. Notate la tattica: X ha fatto un’osservazione/si è comportato in un modo particolare – queste osservazioni/questo comportamento potrebbe essere interpretato come transfobico/sessista, ecc. Finora, tutto bene. Ma è la prossima mossa ad essere il calcio d’inizio: X viene poi definito come transfobico/sessista ecc. La sua intera identità viene definita da un’osservazione mal posta o da un errore comportamentale. Una volta che il Castello ha adunato la folla per la sua caccia alle streghe, la vittima (spesso proveniente da una classe operaia, e non istruita dal galateo passivo-aggressivo della borghesia) può essere spinta in modo efficace verso la perdita della calma, assicurandosi ulteriormente la sua posizione di pariah/ultimo, al fine d’essere consumato nella frenesia famelica.

La quinta legge del Castello dei Vampiri: pensa come un liberale (perché lo sei). L’opera da parte del Castello di alimentare costantemente l’indignazione consiste nell’indicare all’infinito l’irriducibilmente ovvio: il capitale si comporta come un capitale (il che non è proprio il massimo!), gli apparati statali repressivi sono repressivi. E perciò dobbiamo protestare!

Neo-Anarchia in UK

La seconda formazione libidica è la neo-anarchia. Per neo-anarchici non intendo assolutamente anarchici o sindacalisti impegnati nell’organizzazione del lavoro, come la Solidarity Federation. Intendo piuttosto coloro che si identificano come anarchici ma il cui coinvolgimento nella politica si estende poco al di là delle proteste studentesche e delle occupazioni, e che commentano freneticamente su Twitter. Come gli abitanti del Castello dei Vampiri, i neo-anarchici di solito provengono da un ambiente piccolo-borghese, se non da un luogo ancora più privilegiato.

Sono anche molto giovani: ventenni o al massimo trentenni, informati e formati da un orizzonte storico ristretto. I neo-anarchici non hanno sperimentato altro che il realismo capitalista. Quando sono giunti alla coscienza politica – e molti di loro sono arrivati alla coscienza politica particolarmente di recente, dato il livello di spavalderia rialzista che a volte mostrano – il Partito laburista era diventato un guscio di Blairismo, implementando il neoliberismo con una piccola dose di giustizia sociale a lato. Ma il problema della neo-anarchia è che essa riflette in modo sconsiderato questo momento storico, piuttosto che offrire una via di fuga da esso. Dimentica, o forse è veramente inconsapevole, del ruolo del Partito laburista nella nazionalizzazione delle grandi industrie e dei servizi pubblici o nella fondazione del servizio sanitario nazionale. I neo-anarchici affermeranno che “la politica parlamentare non ha mai cambiato nulla”, o che “il Partito laburista è sempre stato inutile” mentre assisteva alle proteste sul NHS (National Healthcare System), o ritrasmetteva le lamentele sullo smantellamento di ciò che resta del welfare state. C’è una strana regola implicita: va bene protestare contro ciò che il Parlamento ha fatto, ma non va bene entrare in Parlamento o nei mass media per tentare di progettare un cambiamento da lì. I media mainstream sono da disprezzare, ma il BBC Question Time va guardato e commentato lamentandosi su Twitter. Il purismo sfuma nel fatalismo; meglio non essere in alcun modo contaminati dalla corruzione del mainstream, meglio “resistere” inutilmente che rischiare di sporcarsi le mani.

Non c’è da stupirsi, quindi, che tanti neo-anarchici si ritrovino affossati nella buco nero della depressione. Essa è senza dubbio rafforzata dalle ansie della vita post-laurea, poiché, come il Castello dei Vampiri, la neo-anarchia ha la sua sede naturale nelle università, ed è di solito diffusa da coloro che studiano per i titoli post-laurea, o da coloro che si sono recentemente laureati.

Cosa si può fare?

Perché queste due configurazioni sono venute alla ribalta? La prima ragione è che sono state lasciate prosperare dal capitale perché servono i suoi interessi. Il capitale ha sottomesso la classe operaia organizzata decomponendo la coscienza di classe, soggiogando ferocemente i sindacati e seducendo le “famiglie lavoratrici” per portarle ad identificarsi con gli interessi del capitale anziché con quelli della classe più ampia a cui appartengono; ma perché il capitale dovrebbe preoccuparsi di una “sinistra” che sostituisce la politica di classe con un individualismo moralizzatore, e che, lungi dal costruire la solidarietà, diffonde paura e insicurezza?

Il secondo motivo è quello che Jodi Dean ha chiamato capitalismo comunicativo. Sarebbe stato possibile ignorare il Castello dei Vampiri e i neo-anarchici se non fosse stato per il cyberspazio capitalista. La pia moralizzazione del Castello è stata una caratteristica di una certa “sinistra” per molti anni – ma, se uno non fosse stato membro di questa particolare cattedrale, i sermoni avrebbe potuto rifuggirli, in qualche modo. I social media non lo permettono più, e c’è poca protezione dalle patologie psichiche di cui questi discorsi sono latori.

Cosa possiamo fare adesso? Prima di tutto, è imperativo rifiutare l’identitarismo, e riconoscere che non ci sono identità, ma solo desideri, interessi e identificazioni. Parte dell’importanza del progetto British Cultural Studies – come rivelato in maniera così potente e commovente nell’installazione The Unfinished Conversation di John Akomfrah e nel suo film The Stuart Hall Project – è stata quella di aver resistito all’essenzialismo identitario. Invece di congelare le persone in catene di equivalenze già esistenti, il punto era di trattare qualsiasi articolazione come provvisoria e plastica. Si possono sempre creare nuove articolazioni. Nessuno è essenzialmente qualcosa di specifico. Purtroppo, la destra agisce su questa intuizione in modo più efficace della sinistra. La sinistra borghese-identitaria sa come propagare il senso di colpa e condurre una caccia alle streghe, ma non sa come fare proseliti. Ma questo, dopo tutto, non è il punto. L’obiettivo non è quello di divulgare una posizione di sinistra, o di convincere la gente a farlo, ma di rimanere in una posizione di superiorità d’élite, ora con uno spirito di classe moltiplicato anche dalla sedicente superiorità morale. “Come osi tu parlare? – siamo noi che parliamo a nome di chi soffre!”

Il rifiuto dell’identitarismo può essere raggiunto solo con la riaffermazione della classe. Una sinistra che non ha il concetto di classe come fulcro può essere solo un gruppo liberale di interesse speciale. La coscienza di classe è sempre duplice: implica una conoscenza simultanea del modo in cui la classe inquadra e modella ogni esperienza, e una conoscenza della particolare posizione che occupiamo nella struttura di classe. Bisogna ricordare che lo scopo della nostra lotta non è il riconoscimento da parte della borghesia, e nemmeno la distruzione della borghesia stessa. È la struttura di classe – una struttura che ferisce tutti, anche coloro che materialmente ne traggono profitto – che deve essere distrutta. Gli interessi della classe operaia sono gli interessi di tutti; gli interessi della borghesia sono gli interessi del capitale, che non sono gli interessi di nessuno. La nostra lotta deve essere verso la costruzione di un mondo nuovo e sorprendente, non verso la conservazione di identità modellate e distorte dal capitale.

Se questo può sembrare un compito proibito e scoraggiante, è perché lo è. Ma possiamo iniziare a impegnarci in molte attività preliminari fin da ora. In realtà, tali attività andrebbero oltre la prefigurazione – potrebbero avviare un circolo virtuoso, una profezia auto-avverantesi per cui le modalità borghesi della soggettività verrebbero smantellate e si comincerebbe a costituirsi una nuova universalità. Dobbiamo apprendere, o riapprendere, come costruire il cameratismo e la solidarietà, invece di fare il lavoro del capitale, condannandoci e abusandoci gli uni con gli altri. Questo non significa, ovviamente, che dobbiamo sempre essere d’accordo – al contrario, dobbiamo creare condizioni in cui il disaccordo possa avvenire senza timore di esclusione e scomunica.

Dobbiamo pensare molto strategicamente a come usare i social media – ricordando sempre che, nonostante l’egalitarismo rivendicato per i social media dagli ingegneri libidinosi del capitale, questo è e rimane attualmente un territorio nemico, dedicato alla riproduzione del capitale stesso. Ma ciò non significa che non possiamo occupare quel terreno e iniziare ad usarlo per produrre coscienza di classe. Dobbiamo uscire dal “dibattito” istituito dal capitalismo comunicativo, al quale il capitale ci esorta sempre a partecipare, e ricordare che siamo coinvolti in una lotta di classe. L’obiettivo non è quello di “essere” un attivista, ma di aiutare la classe operaia ad attivare – e trasformare – se stessa. Fuori dal Castello dei Vampiri, tutto è possibile.

Questo articolo è stato pubblicato in originale su opendemocracy.net il 24 Novembre 2013

  1. Jones è un commentatore politico, giornalista e attivista del Partito Laburista britannico.
  2. La People’s Assembly Against Austerity (nota anche come People’s Assembly) è un’organizzazione politica con sede nel Regno Unito nata nel 2013 da una costola del partito laburista.
  3. Fisher si riferisce al modo in cui Lacan chiamava l’Ordine costituito, il Potere, il Sistema, ossia la struttura simbolica che definisce l’uomo in quanto animale culturale.
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