Note per il futuro dell’opera impossibile in due parti – Parte I

by / 3 Giugno 2022

Note per una futura poetica delle cose impossibili: atrocità, deformità, orrore, depressione

Se non puoi sentire il sapore del mercurio in bocca, allora non c’è modo che tu possa essere mercuriale. Scavalca il dio e il pianeta: punta direttamente all’elemento. Deformati a temperatura ambiente. Deforma gli altri. Lascia che le stanze siano il catalizzatore del tuo divenire fluido. Attraversa la stanza in maniera irregolare. Sii il tramite di una luce intensa: porta la fluorescenza nelle viscere dei mostri. Fatti avvelenare; emergi velenoso. Diffida dell’assorbimento di calore. Crea solo connessioni evanescenti e deboli con il mondo circostante. Rimani snello, ma mantieni alto il tuo peso molecolare: sii denso, fa’ collassare i pavimenti sotto di te. Accetta la volatilità come tua condizione predefinita. Evita di solidificarti: diventare solido significa rischiare lo smembramento, e trasformazioni di tal natura impongono una spazialità indesiderata. Il pentimento è una vigliaccheria: ti assorbirà. Per sopravvivere è necessario disconoscere il senso di colpa. Sii corrosivo. Sii un cuscino per i morti. Soffri per ciò che sei. Bevi la tua acqua argentata. Diventa lo specchio di ciò che accadrà. Scrivi una lista delle tue sostanze contaminanti, in lettere al neon e a grandezza d’uomo. Rifiuta di asservirti. Rifiutati di morire. Metti la mano sul fuoco come se fosse fresca rugiada. Tendi alla psicosi, alle allucinazioni, al suicidio, agli spasmi, ai sogni, alla depressione e all’insonnia. Se non puoi assaggiare il mercurio, fingi di farlo finché non ci riesci davvero.

Sii il colore di tutti i colori allo stesso tempo. Trasforma i colori nella tua melma radiante; rendili tutti d’argento.

Coltiva i mal di testa: di quelli forti, quelli che ti fanno uscire gli occhi dalle orbite e in cui la tua faccia sembra staccarsi. Perdi giorni. Perdi settimane. Perdi il senso dello spazio e del tempo, di ciò che porta dolore. Conserva solo il dolore.

Tutte queste cose ti impediranno di scrivere. Forse sopravviverai a malapena. Ma dopo, o da qualche parte nel mezzo, qualcosa scriverai, e sarà ciò di cui hai bisogno (a meno che non lo sia), perché una riga o due è tutto ciò in cui ora puoi sperare. Qualsiasi cosa in più è di troppo. Ma poi quelle righe, ovviamente, potranno continuare all’infinito.

Annoiati di te stesso e delle cose e delle persone che ti circondano, tanto che nulla si muova più. Poi annoiati di essere annoiato, così annoiato dalla noia da implodere, improvvisamente. Lascia che l’estrema densità della tua essenza implosa riprogetti la spugna.

Tutte le esortazioni a coltivare un pubblico di lettori non dovrebbero essere distinte dagli incitamenti a ricevere l’impianto di vari attrezzi elettronici nel cranio.

Concentrati di più sul fatto che non riesci a concentrarti. Concentrati solo su quanto tutto sia sfocato. La depressione era chiarezza, mentre ora è questo opaco miasma. Sventra le tue difese.

Coltiva la salute mentale a partire dalla tua follia. Non abitare nessuna delle due. Fingi di capire la differenza, finché non ne sarai più capace.

Non immaginare che la tua follia sia già qualcosa di raro, perché probabilmente non lo è, e allora rendila tu tale.

Riconosci che essere contemporaneamente in ogni dove significa non essere in nessun luogo. Fai in modo di erigere lì la tua casa. Sii a tuo agio in quella casa. Prova la nostalgia di territori che resistono a qualsiasi concettualizzazione.

Sperimenta il massimo movimento mentre sei immobile.

Comprendi la tua complessiva dismorfia corporea come una verità concreta. Se alcuni giorni il tuo corpo non è l’alieno in cui ti svegli, trascorri questi giorni a correggere questa manifesta falsità.

Insisti sul fatto che le tue finzioni sono frizionali. Le finzioni dovrebbero unirsi solo in una discordia reciproca. Le finzioni non dovrebbero avere altri bordi se non le parole di cui sono composte, che possono espandersi all’infinito.

Se rimani fermo, assicurati che sia perché la tua testa è in fiamme e devi concentrarti sui dettagli della sua graduale disintegrazione. Altrimenti, recati sempre in un posto diverso da quello in cui ti trovi, purché questi altri posti non siano affatto luoghi, ma vuoti la cui forma deve ancora essere determinata.

Se devi perseguire la realtà, non immaginare che sia conforme a qualsiasi idea pronta che hai di essa. L’intera tradizione realista è una litania di vignette noiose. Sappi che il realismo sottovaluta sempre il reale – per poterlo incontrare. Tutti i realismi con prefisso standard (sur-, ir-, anti-, quasi-) si avvicinano, attraverso le loro distorsioni deliberate, a ciò che in fondo è già distorto.

L’unica cosa da rendere più chiara è la tua stessa perplessità.

Se devi viaggiare per elaborare idee, allora sei troppo radicato e troppo stabile perché le tue idee abbiano importanza. Il tuo disagio nel mondo dovrebbe essere un viaggio sufficiente. Sii già ovunque quando non sei da nessuna parte. Questo disagio è sconfinato e può costantemente disorientare il più piccolo degli spazi. Ma l’obiettivo (se riusciamo a trovare un passatempo in queste illusioni teleologiche) non è tanto lo straniamento, quanto le residenze consecutive che vi si scavano, in quello straniamento: trovare il proprio posto nell’essere fuori posto.

La sofferenza e la follia che ne derivano sono solo il desiderio che le cose siano diverse da come sono. Prova a volere che le cose siano esattamente come sono per scoprire che come sono non è la fine di qualcosa (possibilità) ma piuttosto l’inizio di qualcos’altro (impossibilità).

L’aria cattiva nel tunnel di fuga è la speranza che un’uscita esista davvero.

Accetta che l’esistenza umana sia preprogrammata per gettarti in guerra. Ma non abbracciare mai la forma della discordia, come se fossi un trovatello. Invece, dai vita a un conflitto mutante cresciuto in un numero indefinito di uteri di scapestrate da manicomio, le cui ovaie sono state fecondate dallo sperma inacidito e turgido di aristocratici farneticanti con la pelle cascante sotto il mento e le braccia sottili. Fa’ che la tua turbolenza fermenti come un sudore denso e frutto di nessuno sforzo. Allattate le vostre ostilità, i vostri disequilibri, al ventre di una scrofa di infinita lunghezza, così che non possiate vedervi l’un l’altro e sgomitare o competere o esistere nello stesso posto allo stesso tempo.

Rifiuta di essere tedioso nella tua depressione maniacale. Non ti resta nulla, quindi curati in tutti i modi sbagliati. Ciò non contribuirà a farti ammalare di meno, ma di più. Se riesci a pensare a un modo per aggravare la condizione, fallo: se riesci a peggiorare, hai smentito la tua condizione. Se riesci a peggiorare la tua condizione una volta, puoi farlo di nuovo; e se riesci a farlo di nuovo, sei sulla giusta strada. Concentrati sulla piccolezza di questo potenziale slittamento, sulla sua pausa quantica. Resta lì finché non sei esausto.

Alla fine, se riuscirai a guarire, molto probabilmente sarai guarito in modo da rimanerne intorpidito. Avrai istanziato un’impermeabilità che ti permetterà di sopravvivere al prezzo di un’esigenza compulsiva e automatica di ovattare e omogeneizzare. Amplifica questo mutismo. Tutto il tuo corpo sarà diventato un arto fantasma. Sognerai la tua vita come viene vissuta. La tua vita sarà il sogno minore, eppure il sogno più vero, la fonte dei sogni. Penserai di sapere cosa significa morire.

Colleziona monomanie.

Mantieni la tua sfiducia.

Accetta il pessimismo e procedi.

Attraverso l’uso degli specchi, diventa acromegalico: le mani e i piedi, il viso e la lingua. Cresci nel tuo ingigantimento forzato. Affina le tue goffaggini. Affina le tue brutture.

Centuplica le tue frasi prolisse come un bimbo in castigo. Cresci nell’amare ciò che in loro potrebbe essere sbagliato. E poi cambiale comunque. Rendile più lunghe, se riesci. Crea la frase più lunga possibile delle frasi corte.

Sii generoso con le tue crudeltà, mantenendo sempre per te il peggio. Ricorda: nessuno se lo merita più di te.

Se proprio devi essere bucolico, lasciaci lo spazio per credere che gli alberi che vediamo abbiano radici cresciute attraverso corpi. Lasciateci ciò che non possiamo vedere, in modo che ciò che vediamo possa essere visto, anche se fugacemente.

I coadiuvanti sono il tuo nemico: moltiplicano i tuoi tumori.

Anche se non ci sarà più gioia nelle tue risate, devi continuare a ridere: ti servirà come esercizio per qualcos’altro. Per tutto il Suo dolore nel giardino di Getsemani: una catacresi.

Se fai della morale, falla al buio; e tienila lì, altrimenti trascinala fuori sotto il sole del deserto. Versa più luce sulla luce, versane in modo eccessivo. Oscura il lugubre fino a renderlo due volte invisibile. Costringi il cavernicolo a un mezzogiorno infuocato. Qualunque cosa la luce abbia fatto soccombere, non esisteva davvero. Sii un fungo cresciuto al sole.

Per soddisfare l’esigenza di cambiamento, continua a guardare. Osserva sempre la stessa cosa e aspetta. Non è necessario muoversi. Il vero nomadismo non ha gambe, così come la vera percezione si rintana dove non può vedere.

Lascia che l’apocalisse sia quello che è: il già morto che spera di non essere mai nato. Sappi che è di questo che sono fatti gli inizi.

Thanatopsis: che altro? Tutte le stanze sembrano migliori se osservate dall’uscita. Come soffrire altrimenti, se non osservando proprio dall’uscio? Ma poi sappi che uscire non è mai la totalità di cui sei in cerca. La rottura si fissa in modi orrendi.

Solo chi ha una vita può sentire la vita. Puoi scappare dalla prigione solo per entrare in un’altra prigione, come sanno coloro che sono incarcerati su isole, paludi, deserti e giungle. La prigione più grande è la vera prigione, perché bisogna inventarla da soli.

Se devi rispondere agli oltraggi morali, ai genocidi, ai pregiudizi, all’odio, alle persecuzioni, alle crisi ambientali e così via, devi prima reimmaginare la loro realtà in modo che i dettagli diventino disgusto universale. In altre parole, non limitarti a immaginare che il tuo scritto su di loro sia importante, ma da’ loro un’esistenza che vada oltre la loro importanza. Ci sono persone vittime di idioti e persone vittime della loro stessa idiozia – e le tue frasi non sono un balsamo, né un’arma: sono solo un’ulteriore rete di futilità dentro, intorno e sopra a ciò che è già abbastanza futile di per sé. Se possono fare qualcosa, possono complicare l’ovvio e chiarire il complesso, e così facendo rifare i nostri mondi, anche se solo momentaneamente, in modo che siano meno umanamente stupidi, meno rigidamente banali, meno sofferti e più flessuosi e più supplicanti: perché possono sognare qualcos’altro pur sapendo che è un sogno, e perché l’impotenza, che è sempre e solo la sua ricompensa, è un dono troppo spesso sprecato per la causa dell’utilità. Nella terra scava un labirinto e non una tomba.

L’inutilità della follia? Certo, è vero, è vero. Ma allora dovremmo immaginare l’utilità del suo opposto, e anche questa è un tipo di follia, quella popolare, quella veramente inutile. E quindi tiene dentro più parole di quante ne faccia uscire, e allora? I suoi significati sono i suoi stessi significati, e allora? Dov’è la vergogna di essere quella lumaca (eh, Sexton?), e di crescere nella propria follia fino a sentire solo il suono della propria scomparsa? Come se stessi ascoltando comunque il mondo.

Le affiliazioni contemporanee non sono meno pestilenziali di quelle storiche. Essere del proprio tempo o di un altro: che rammarico, che imbarazzo.

Se la follia ovvia alla creatività, allora tanto meglio per qualsiasi cosa riesca a penetrare in quella melma necrotica.

La scrittura conta perché non conta nient’altro, il che non vuol dire che conti davvero, ma la sua realizzazione può renderla importante.

Fai dell’indeterminazione il tuo terreno solido.

Sii uno scarafaggio! Mangia uno scarafaggio! Scopa uno scarafaggio! Alleva lo scarafaggio!

Il testo è apparso in originale su Fanzine

Gary J. Shipley è uno scrittore e filosofo inglese. Oltre a testi brevi e poesia, ha pubblicato numerosi romanzi, caratterizzati da una profonda sperimentazione stilistica e letteraria. Fra questi: Stratagem of the Corpse: Dying with Baudrillard, a Study of Sickness and Simulacra; Terminal Park; 30 Fake Beheadings.

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