Lo Tsunami e il mito del pesce-acqua

Saggio breve di zoologia fantastica, complemento a Borges e Schrödinger

by / 8 Settembre 2022

Per François Laruelle, l’Uomo è un assioma. E un assioma non è una definizione: invece che giungervi, da esso si parte per operare in uno spazio di possibilità. L’Uomo è così un’interfaccia, il centro prospettico di una storia di interazioni. Ed è nel grembo di queste ultime, “tanto all’esaurimento quanto all’eccesso della filosofia”, che l’umano cresce. La sua fase adulta è la gestazione.

in originale: “Le tsunami et le mythe du poisson-eau” In Philo-Fictions: Fiction, une nouvelle rigueur 2 (2009), p.7-15.
La traduzione inglese, utile a dirimere dubbi concernenti la struttura del denso discorso di Laruelle, è di Jeremy R. Smith.

A Muriel Mambrini-Doudet

Esercizio di philo-fiction: come moltiplicare più strumenti tra loro, come la fiction, la filosofia (che è già di per sé “immaginaria”), un certo uso scientifico (quantistico) dell’immaginario o del numero complesso, per accedere a un oggetto che non è più localizzabile all’interno di una o dell’altra disciplina? La moltiplicazione è qui un caso di traduzione reciproca di due discorsi a determinate condizioni. Queste condizioni sono dette generiche: permettono la creazione di entità con un doppio volto o un doppio effetto a seconda del modo scelto in modo da essere ripetuto come regolatore del funzionamento dell’insieme. In questo modo, a causa di questa dissimmetria, la philo-fiction non è una miscela di stili, né una finzione letteraria sulla scienza o sulla filosofia, né ancora una riduzione scientifica e positiva della filosofia. La philo-fiction è forse una delle uniche possibilità di invenzione che può accadere tanto all’esaurimento quanto all’eccesso della filosofia. Ciò che chiamiamo non-filosofia si completa o si consuma all’interno di questo tipo di invenzione, che finalmente libera reciprocamente le possibilità del discorso filosofico e del discorso scientifico.

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La non-filosofia giunge subito dopo l’infrangersi sulla riva dell’ultima onda che, secondo Foucault, porta via la figura sabbiosa dell’uomo. La nostra tesi è che quest’onda, nel suo ritrarsi, non cancella l’uomo senza lasciarsi dietro una nuova figura. Come tutti i filosofi, Foucault descrive una guerra arcaica di elementi: terra e acqua. Ci chiediamo se sia possibile una speciale complementarità, più scientifica, di elementi, invece che un trattato di pace provvisoria imposto dalla vittoria dell’oceano. Ci domandiamo allora se sia possibile una nuova cooperazione tra terra e acqua e se si possa sperare nell’emersione di nuova figura di uomo tra quei due elementi o, se si vuole, tra animale e grazia. In quanto eredità dell’ultima grande rivoluzione della fisica, è minimo utopia o almeno finzione che la non-filosofia lavori sull’intelligenza dell’uomo migliore rispetto a quella della matematica.

Qual è l’uso migliore dell’acqua, dell’annegamento, del nuoto, della navigazione, dell’ebbrezza e del battesimo? Come si affronta un’onda, come si entra e come si esce da essa? Cosa distingue un filosofo da un nuotatore trascendentale, da un allucinato dalla presa dell’acqua e, infine, dalla balena bianca e dal pesce-acqua [poisson-eau]? Che cosa distingue queste quattro cose: la descrizione o il disegno di un’onda, il vissuto noematico che il nuotatore ha dell’onda, la sovrapposizione quantistica di fenomeni ondulatori, e l’esperienza vissuta [le vécu] di un pesce-acqua?

Ritratto del filosofo come pesce trascendentale

Partiamo da un’onda. Vista dall’alto e dal cielo, l’onda è un oggetto che possiede almeno due facce: un versante ascendente, da cui emerge e sale dalla profondità passiva dell’oceano, e un versante discendente, il fronte dell’onda, da cui si dice che “cade di nuovo” [re-tomber] attraverso una peculiare ripetizione, poiché nessuna caduta è avvenuta in precedenza. Nella misura per cui l’onda è vissuta dal nuotatore, cessa di essere una indifferente e bifronte vista aerea, per essere esperita precisamente come questa dualità: un pendio ascendente, la cui immanenza trasporta il nuotatore, e un fronte cascante, per cui cade (di nuovo) con il nuotatore che così la oggettiva parzialmente. L’onda che cade (di nuovo) è per il nuotatore un semi-oggetto che egli non può percepire in modo pienamente estatico, ma che attraversa, lottando contro e con essa. Il nuotatore, che ha la testa sia sotto che fuori dall’acqua, è il nuotatore trascendentale che segue un movimento ondulatorio e vede l’onda come un battesimo ordinato dalla persona divina, l’Oceano.

Chi sarebbero allora il nuotatore e l’onda in maniera totalmente generica? Una forma molto speciale di identità del nuotatore e dell’onda: il pesce-acqua, che ondeggia con le, o all’interno delle, ondulazioni. In termini quantistici diremo che l’onda e il pesce sono sovrapposti all’interno delle loro ondulazioni, e attraverso di esse. La sovrapposizione è un principio che vale per il concreto dell’onda e per l’astratto della funzione d’onda, che è matematica. La sovrapposizione non è un’identificazione totale o parziale, ma un’aggiunta speciale che produce un risultato qualitativamente della stessa natura dei suoi termini, o cioè è idempotente. Per esempio: due concetti non si sovrappongono, ma occupano uno spazio diverso e si escludono o si invadono a vicenda all’interno di un’anfibologia. Tuttavia, un’onda e un nuotatore sott’acqua possono smettere di lottare sovrapponendosi, occupando entrambi lo stesso spazio senza danneggiarsi a condizione che il nuotatore rimanga a pelo d’acqua. Se la testa del nuotatore è fuori dall’acqua, il nuotatore trascende quest’ultima rimanendovi parzialmente immanente. Il nuotatore è così trascendentale. Il pesce-acqua è generico o idempotente: si sovrappone al suo elemento secondo una certa relazione detta “immaginaria” o “complessa” la cui algebra ne contiene la regola [loi]. Il pesce-acqua si butta a capofitto nell’acqua come una persona presa dall’allucinazione di annegare, al tempo stesso dritto [tout droit] e invischiato nei vortici che lo “restituiscono”.

Perché dritto? L’ondulazione è orientata dalla pendenza dell’ampiezza verso il fronte di caduta che arriva per ultimo e chiude la sequenza. Realisticamente, il fronte di caduta è un completamento o una scansione, non una chiusura su se stesso. L’ondulazione è costantemente rigettata indietro [relancée]: mette sempre in atto un movimento – un movimento per passare oltre. È lineare, ma in modo da poter attraversare le proprie ondulazioni o di interferire con esse. L’essere come un pesce nell’acqua è sia un oltrepassare che un attraversare l’ondulazione in modo diretto, attraverso un effetto tunnel proprio dei mezzi generici, un effetto tunnel tipico dell’ondulazione, o ancora come la particella quantistica che attraversa le montagne ed è già rilevabile dall’altra parte. C’è sì una catena di montagne o ondulazioni, ma c’è anche lo spostamento sismico che attraversa queste montagne, facendole innalzare e cambiare di posto. Questo è ciò che determina il carattere sismico o lo spostamento ondulatorio che dovrà essere pensato come generico.

La nascita dello tsunami, la distanza ondulatoria e l’effetto tunnel

Né il pesce-acqua, che è l’oceano che si manifesta come soggetto, né l’oceano stesso, “si gettano nell’acqua”. Qui non c’è un soggetto che proietta [pro-jetant] uno spazio dinanzi a sé per poi riflettersi o annegare in esso, per esservi battezzato come trascendentale, con la testa sott’acqua e fuori dall’acqua alternativamente. Un’esperienza vissuta posta come ondulazione non obbedisce a nessuna proiezione o distanza fenomenologica. La sua struttura non è la differenza o la distanza oggettiva interna, la divisione, il nulla o il vuoto abissale. Il soggetto-onda è pieno e riempito di sé, in costante progresso con il riempimento ma senza eccedenza o mancanza proprie; il soggetto-onda può solo essere aggiunto o moltiplicato da sé. Questa è la nascita dello tsunami e del suo soggetto, il pesce-acqua.

I filosofi hanno la loro onda e il loro oceano: si tratta sempre di navigare lungo le coste, o di segnare i “punti”, o la paura davanti all’alto mare che si interiorizza lungo le sponde, che si estetizza e metaforizza. Anche i fisici hanno la loro onda e il loro oceano, con il principio ondulatorio della sovrapposizione per mezzo del quale vanno oltre lo spettacolo sublime, il mare che sempre comincia di nuovo, la calma piatta e scintillante. La meccanica quantistica può spiegare l’intensità di certe onde eccezionali che mandano a picco le navi. Immaginiamo una fenomenologia quantistica dello tsunami, una fenomenologia decoerente della Grande Onda. Avrà due principi: la sovrapposizione, che costituisce e conserva lo tsunami, e la non-commutabilità, che ne assicura il carattere eccezionale e l’ineguaglianza con le altre onde. A livello fenomenico è ogni volta un’onda, in prossimità della sua quantità energetica. Quest’onda unica non è né l’insieme oceanico delle ondulazioni – il corpo dell’oceano senza onde o la pianura infinita – né un’ondulazione individuale, parte di un tutto o sussumibile in un tutto. È l’onda generica, ogni volta un’onda. Si tratta di uno Stesso che non è puramente analitico (non è contenuto in un’onda data) né ne produce un’altra. Questa crescita mostruosa non è né molare né molecolare. C’è una parousia dell’acqua all’interno dello tsunami, ma non è la parousia dell’Essere; la sua legge di formazione è quantica e non filosofica. In diversi modi, è possibile opporre la calma sfera filosofica di Parmenide, i cui “inviati” heideggeriani dell’Essere sono gli ultimi echi appena peccaminosi, a un pensiero come tsunami che viene dal nulla. Eraclito è forse il primo pensatore dell’onda gigante. È vero che non ci si bagna mai due volte nello “stesso” fiume, ma solo una volta, nel fiume dello Stesso, il fiume amazzonico chiamato “Stesso”. Solo una volta, alla specifica condizione che il bagnante diventi un’onda molto speciale che solo lui può diventare, allo stesso tempo un’onda tra la molteplicità delle altre e l’onda che la governa, determinandone la dinamica. Questa figura del filosofo come nuotatore trascendentale è ancora la figura del nuotatore speculativo che occupa la corrente della “vita”, o il più alto dei flussi eidetici. Tuttavia, poiché platonizza o hegelianizza, poiché prende in prestito i flussi d’aria piuttosto che le onde, il nuotatore più celeste rimane sempre trascendentale o in lotta con l’onda. All’interno del nuotatore c’è l’onda che inizia diventando soggetto. Resta ancora un ultimo stadio da attraversare, un nuotatore capace di occupare tutto lo spazio dell’oceano, l’onda im-mensa che è diventata l’Ultima Onda [Dernière Vague]. È il nuotatore che questa volta viene chiamato “immanentale” o, ancora, il pesce-acqua.

L’essenza dello tsunami risiede nella proprietà, fenomenicamente invisibile, di attraversare un multiplo di mezzi interi, anzi di quarti di interi, ma mai un Intero completo, come un raggio che attraverserebbe solo la mezza goccia e mai una goccia intera come immaginano i filosofi. La maggior parte dei filosofi conosce e mette in pratica una certa distanza fenomenologica minima che condiziona l’aspetto di un fenomeno mondano di fronte al soggetto. Questa distanza sorvola un golfo o aggira un abisso, suturando le due sponde del fiume. Opponiamola a quella che chiamiamo distanza ondulatoria che è la metà, poi un quarto della distanza, una divisione effettuata non sulla lunghezza ma sullo spessore della distanza. Come una distanza tra due picchi o due avvallamenti successivi, una distanza semi-estatica, l’ampiezza di un’ondulazione non percorre i suoi picchi e i suoi avvallamenti, non prende in prestito il loro stesso movimento per compiere una traiettoria (come fa una particella di materia), ma sembra librarsi su di essi, anche se immanentemente. Se esiste un’impennata speciale all’interno dell’onda, essa non è geostazionaria e, quindi, circolare come l’impennata del concetto in sé. Piuttosto, sarebbe oceano-stazionaria, sia finita che illimitata: l’onda che sovrasta se stessa e si attraversa. La dinamica dell’ampiezza neutralizza l’eccesso di trascendenza in una direzione o nell’altra, salendo e scendendo da una parte e dall’altra lungo la linea mediana, che è come una sorta di linea di galleggiamento dell’onda sulla superficie oceanica. La distanza ondulatoria è un by-pass indivisibile ma immanente, immanente alla diversità dei picchi e delle depressioni. C’è una materialità dell’eccesso, ma non della mancanza come nella filosofia – l’avvallamento ondulatorio non è una mancanza, ma un’ampiezza, o costituisce una parte dell’ampiezza. La distanza ondulatoria non si realizza attraverso la sutura, perché c’è solo una sutura lungo le sponde del nulla o della trascendenza. Piuttosto, la distanza ondulatoria incatena le ampiezze attraverso il loro incrocio immanente, le completa senza mai chiuderle: è un effetto tunnel dall’immanenza attraverso qualsiasi ostacolo. Il mezzo intero e il quarto di intero si sovrappongono perpendicolarmente senza mai collassare: questo è il segreto dello tsunami e della sua forza immanente di propagazione e assorbimento. Lo tsunami è una spinta passiva, un terremoto ondulatorio. La distanza fenomenologica non attraversa il suo nulla; è il suo lato inferiore, il lato inferiore della banda (da cui la trascendenza all’interno della doppietta di Möbius), mentre la distanza ondulatoria è un’immanenza che attraversa l’ostacolo del nastro di Möbius. È per questo che l’essenza dello tsunami, quando si impadronisce del vissuto e lo strappa all’individuo, è un gettare che attraversa genericamente i rivestimenti dell’io o la parete cosmica, che si raddoppiano a vicenda. L’idempotenza ondulatoria non si accontenta di rimanere la stessa contro il vento e la marea del mondo o dell’Essere. Questo perché sono il vento e la marea che vengono da Nessun Luogo, dall’assenza di sponde [Sans-Bord] dell’oceano che esso eleva a mito, imponendosi come misura impossibile o immaginaria che supera l’immaginario stesso.

Nel momento in cui l’idempotenza costituisce la sovrapposizione o l’ondulazione di una qualsiasi proprietà, e nel momento in cui viene interpretata fenomenicamente, diventa una materialità formale. Così l’ondulazione, come sezione ante-prima, non può essere un’intenzionalità cosciente, ma una sezione inestatica, non chiusa, che si spinge in modo transfinito. L’onda non sposta la materia: è lo spostamento della materialità di una forma all’interno della materia del mondo, una “trasformazione-in-persona” (idemmorfismo). Secondo l’impeccabile formula di Bergson, è uno slancio che attraversa la materia[4] – tenendo a mente la sfumatura per cui si tratta dello slancio del vissuto, piuttosto che dello slancio della vita. Aggiungeremo che, se la filosofia non smette di girare intorno alle cose, anche desiderando “l’eterno ritorno dello stesso”, allora il generico quanto [quantum] si pone in uno stato di immersione (il mare di Dirac) al fine di trovare l’ambiente giusto, lo Stesso. In particolare, il pesce-acqua, finché lo immaginiamo abitare lo tsunami, è quello che trova l’ambiente più adeguato, tale da non essere più condannato ad abitarlo. La filosofia si rivolge allo Stesso come a un cerchio, ma l’onda è uno Stesso senza cerchio: ogni alterità è annullata dall’idempotenza, che è un semicerchio ma neutralizzato o non sviluppato; l’idempotenza può essere prolungata all’infinito. Se la filosofia sutura con un ponte le due sponde che confonde con il fiume, allora l’onda all’interno della sua spinta sismica è un effetto tunnel piuttosto che un effetto ponte, che attraversa sotterranea [souterrainement] le montagne d’acqua che sognano di ostacolarla.

Nella storia dell'”evoluzione” della specie filosofica, lo stadio strettamente umano (il cui modello potrebbe essere il pesce-acqua) è stato preceduto dallo stadio filosofico in senso stretto. Il filosofo ha i tratti dell’animale primordiale (ma non il più primordiale), che si sforza di uscire dal suo primo elemento, l’acqua, cercando di nuotare verso la “terraferma” per trovarvi fondamento e dimora – motivazione inspiegabile se non attraverso un fenomeno di “decoerenza” o un processo di trasformazione di natura quantistica. È vero che è impossibile fondare qualcosa di solido o di ‘inconcussum‘ nell’acqua, e del resto la filosofia inizia con la ‘sepoltura’ [enterrement] di tale questione. Cartesio, in particolare, ne ha fatto esperienza e ha compiuto uno sforzo degno dei primi pesci che hanno tentato di uscire dall’acqua e di alzarsi sulle loro due gambe: il pensiero e l’essere. Eppure l’essere-ondulatorio, come l’acqua o il suono, è associabile a diverse forme di materialità e può fornire un modello più ampio del processo di pensiero. Per il nuotatore, l’onda si apre in-prima-priorità e il nuotatore la chiude attraverso l’occasione. La sovrapposizione non è più un atto di auto-superamento (come la volontà di potenza), e inoltre non è un eidos trascendente o speculativo che rimarrebbe invariante a priori nonostante, e non solo attraverso, le diverse fasi, ma di conseguenza un atto che si attraversa ad angolo retto [angle droit] o verticalmente. Le onde o le ondulazioni non sono le fasi di un oggetto posto a priori in uno spazio classico di traiettorie. L’automorfismo è diventato un idemmorfismo, il quarto invariante tramite immanenza.

Il nostro mito ondulatorio e anticartesiano rompe le simmetrie che sussisterebbero all’interno o all’esterno dell’eidos trascendentale o speculativo. L’invarianza è resa unilaterale o non commutabile. Integralmente fisico e positivo, è sufficiente che il pesce-acqua scivoli lungo la sua forma algebrica o idempotente perché diventi pensato e vissuto, non solo oggetto di matematizzazione. La matrice del pensiero è sempre a tre termini: è trascendentale se è filosofia, o se la trascendenza è raddoppiata, ma non è più trascendentale se è la sovrapposizione quantica o ondulatoria che si ripete: è allora immanentale. Con questo hylomorfismo della forma algebrica – che costituisce la materialità vissuta della sovrapposizione, che permette di prendere come materia il vissuto piuttosto che la vita o l’oggetto geometrizzato – si tratta di una fenomenologia dell’ultima istanza: è vissuta e tuttavia oggettiva in modo immanente (algebrico). È il completamento o il compimento del battesimo trascendentale.

Il pesce-acqua è il messia dell’oceano. Il pesce-acqua ha bisogno di qualcosa di più dello spazio chiuso di un acquario. Il pesce-acqua ha bisogno di più dell’esperienza vissuta dell’onda da parte del nuotatore, anche se fosse in possesso del cannocchiale del capitano Achab. Il pesce-acqua ha bisogno di qualcosa di più del recinto chiuso, o dell’anello di un acceleratore. Il pesce-acqua ha bisogno anche di qualcosa di più delle acque del lago di Tiberiade.

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