Nessun uomo è un’isola

by / 29 Dicembre 2020

Per una nozione strutturale di normalità

“Niente mi determina dall’esterno,
non perché nulla agisce su di me, ma, al contrario,
perché io sono fin dal principio fuori di me e aperto al mondo.
Mi sono rotto.”

M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione

Quello di “normalità” è uno dei concetti  più difficilmente definibili ed evanescenti, un significato che vive nell’instabile equilibrio tra la polemica e l’indebita appropriazione intellettuale. È una nozione sfuggente e potenzialmente minacciosa, perché può circondarsi di un alone di pericolosità sociale fatto di discriminazioni, repressioni e pensieri d’élite. L’affermazione di un prospettivismo pluralistico, in ambito postmoderno e decostruzionista, ha relegato tale concetto a veicolo di “metanarrazioni totalizzanti” che si mostrano come strumento di potere e sopraffazione nei confronti del dissidente. 

“Normalità” è stato spesso uno slogan urlato a gran voce attraverso i megafoni di uomini al potere al fine di riaffermare un certo ordine costituito, con l’ausilio di assiomi biologici non sempre plausibili, cercando di delineare un lessico familiare che permea ogni strato linguistico. Il linguaggio comune ha continuato a farne uso attraverso aggettivi e sostantivi legittimati dal fatto che, in ambito quotidiano, esiste effettivamente qualcosa che risponde alla nozione di “normalità”. Oggi più che mai la contemporaneità ci presenta un susseguirsi di réclame e prime pagine internazionali che ci invitano alternativamente a custodire ciò che di normale può essere conservato e ad allontanarsi da ciò che si mostra anacronisticamente inappropriato. 

Di fronte a una presenza così invasiva ci si chiede se, piuttosto che procedere per eliminazione, non sia il caso di ridefinire tale concetto, pur tenendo a mente la sua congenita e ineliminabile pericolosità. Se da un lato l’appello alla dimensione linguistica come ambito di validazione risulta piuttosto sdrucciolevole a causa delle ambiguità che rivela, dall’altro è possibile operare un lavoro di sintesi che colleghi i vari significati etici, quotidiani, giuridici e naturalistici a un carattere comune. Nel loro insieme, infatti, tali ambiti tendono a rintracciare un comportamento che in maniera evidente si dispone secondo una logica comune e condivisa e che si manifesta con ampia frequenza. La nozione di normalità riguarda il rapporto tra un soggetto e l’ambiente (il mondo, se si preferisce) ed è all’interno della polarità soggetto-mondo che si costituisce la norma che sorregge tale concetto.

La fumosità e l’imprevedibilità legata a tale idea può essere dovuta a preconcetti che ristagnano all’interno di una visione dualistica che separa soggetto e mondo, motivo per il quale si proverà a procedere con un salto oltre tale concezione cartesiana. Al fine di procedere in tale direzione si prenderanno per mano spunti e riflessioni prese in prestito da Merleau-Ponty e dal suo maestro intellettuale Husserl.

In seguito alla critica della coscienza pura operata dal filosofo tedesco, si seguirà il lavoro mosso da Merleau-Ponty in favore dell’irriducibile evidenza del corpo che porta l’attività soggettiva a spogliarsi di lasciti intellettuali, ritrovandosi perfettamente ancorata al mondo come percezione. Nella fenomenologia di Merleau-Ponty essere uomo è di certo essere coscienza, ma essere coscienza significa, per ogni uomo, esistere come quel corpo che vivendo si realizza concretamente.  L’analisi pontiana concede importanza centrale al comportamento dell’individuo che vive, fino a rappresentare quella norma strutturale che permette un orientamento sensato all’interno del mondo. 

Per norma qui non si intende un dover essere che faccia l’essere, ma la semplice conservazione di un atteggiamento privilegiato, statisticamente più frequente, che dà al comportamento una unità di un genere nuovo. […] la struttura ideale di un comportamento permette di connettere lo stato presente di un organismo ad uno stato anteriore assunto come dato, di vedere in esso la realizzazione progressiva di un’essenza già intravedibile in quello stato, senza che mai sia possibile passare al limite o fare dell’idea una causa dell’esistenza. 1 

Per uscire dai rapporti imposti a pensiero ed esistenza dal Cogito cartesiano la filosofia può aprirsi una via al reale accadere delle cose, senza cadere in artificiosi giochi come l’esercizio di un’astratta epoché o distinzioni eliminativiste e categoriali. Per abbandonare le funeste conseguenze della tradizionale opposizione di materia e pensiero – sulla base della quale è stato postulato un mondo sommativamente composto di oggetti preformati che, in uno spazio euclideo, ci istruirebbero “per impressione” sulle loro caratteristiche puntuali – dobbiamo reintegrare alle nostre riflessioni l’esistenza corporea, vincolando il pensiero alla percezione in quello che fenomenologicamente è stato riconosciuto come rapporto di Fundierung: c’è infatti un rapporto di reciproca fondazione tra sensazione e riflessione, che esistono indivise nel circolo dialettico che concretamente “svolge” il vissuto umano.

La coscienza, prima di qualunque predicazione intellettuale, si trova immersa nella percezione che è apertura immediata al senso, resa possibile da ciò che viene definita una “logica del mondo” 2   che permette lo scambio legittimo tra sensi e realtà: vi è coerenza e verità percettiva in quanto la nostra comprensione non è slegata dal mondo ma porta con sé le sue strutture fondamentali. C’è un’intrinseca sintonia tra ambiente e soggetto che fa dell’io posso il protagonista delle relazioni di senso che avvengono tra corpi che vivono ed esperiscono all’interno del mondo. 

Il sistema “io-altri-cose” è la struttura fondamentale della soggettività in quanto “essere-al-mondo”, poiché “è il corpo a dare un senso non solo all’oggetto naturale, ma anche ad oggetti culturali” 3. Su queste basi, la percezione individuale assume allora il valore di un’ermeneutica preriflessiva ed antepredicativa dell’oggetto, in cui si decifrano significati umani che non è stata lei a costituire. 

All’interno di questo rapporto di involgimento reciproco tra sé e il mondo la temporalità rappresenta la dimensione costitutiva poiché è ciò in cui si manifesta il campo di presenza del soggetto, ossia il frangente in cui l’azione si esaurisce completamente nella relazione con gli oggetti, senza possibilità di aprire scarti semantici ed etici. In questo senso il presente è la dimensione centrale del tempo, da cui si dipanano le reti intenzionali che creano temporalità distanti e trascendenti come il passato e il futuro. 

Si va quindi delineando una condizione di normalità che fornisce la base esistenziale per l’individuo nella sua quotidianità: lungi da operare un collegamento con una norma astratta, tale termine parla il linguaggio della vita e dell’esperienza. Sintonia e continuità con l’ambiente non vogliono dire però isolamento solipsistico: il mondo è da sempre costellato di individui che tracciano relazioni e connessioni che concorrono alla definizione iniziale dello stesso. Il senso è il cuore della normalità e la normalità è il concetto mediatore che esprime l’articolazione tra il senso proprio del soggetto e il senso collettivo e intersoggettivo del mondo. Vi è reciproco rispecchiamento tra il senso assunto a norma di sintonia dal singolo individuo e quello della situazione collettiva; l’azione diventa manifestazione di questa complessa rete semantica trasmessa e riconosciuta in maniera interpersonale sulla base del comune stare al mondo. 

L’importanza accordata da Merleau-Ponty al mondo visto come spazio condiviso segue le tematiche che hanno accompagnato Husserl per buona parte della propria esistenza: l’Husserliana, monumentale opera composta a cavallo tra il 1905 e il 1937, concede almeno tre volumi al tema dell’intersoggettività. Un tema che ricorre a più riprese è quello dell’empatia, definita come “l’intenzionalità in se stessi che conduce verso un sé diverso (fremde)”. 4 Tale componente, in ottica trascendentale, è quindi vista come la risorsa cognitiva basica per la comprensione degli altri e delle loro esperienze, possibilità di appoggio per tutte le speculazioni più complesse. 

Un ruolo fondamentale, ancora una volta, viene accordato alla percezione, che è qui correlata all’empatia in quanto l’oggetto di cui si ha esperienza viene acquisito senza ricorrere a ulteriori inferenze. Nello specifico permette agli altri, con cui condivido il mio ambiente, di essere qui davanti a me in maniera immediata e sensata. 

Nella validità della mia esperienza degli altri, attraverso la quale gli altri sono là per me in quanto esistenti, la co-validità della loro esperienza è per me già data. Che il loro corpo non sia solamente un oggetto fisico che percepisco direttamente, bensì un corpo vissuto, include già la co-accettazione del fatto che la percezione che l’altro ha di sé è la stessa che ho io, così come il suo mondo circostante è materialmente lo stesso mondo di cui io ho esperienza. 5

Cruciale è il concetto di Paarung, ossia l’associazione che si opera esperienzialmente tra il proprio corpo e un altro corpo, dando il via a un vero e proprio processo di apprendimento: quando incontro un altro individuo, la mia esperienza personale funge da riserva di significati e interpretazioni, cosicché la novità mi si presenti già in maniera sensata. Muovendo un ulteriore passo, Husserl afferma che il binomio io-altro funge da unità fenomenologica che avviene in maniera bidirezionale: andare incontro agli altri vuol dire anche riscoprire se stessi in base ad analogie e differenze, secondo quello che viene definito un “mutuo risveglio”.  Si è per se stessi e per il mondo in un inseparabile essere-gli-uni-per-gli-altri, che non è mera attività di rispecchiamento, ma una modalità costitutiva.

La norma, in un’ultima istanza, ben lontana dal rappresentare un assioma fisso e astratto assume pregnanza solo in riferimento a un “terreno”, a una temporalità che è apertura alla possibilità e alla molteplicità di mondi e orizzonti, all’integrazione di passato e futuro all’interno di un presente che si mostra il “come” di ogni esperienza. Dal punto di vista soggettivo il giudizio di normalità indica un generale sentimento di sintonia con il mondo-ambiente  e di unità e continuità di senso della sua storia interpersonale, che si traducono in una fluida capacità di azione. 

In un contesto storico in cui le relazioni e la quotidianità vengono lacerate, è possibile incappare nella perdita di sintonia che Merleau-Ponty trova legata alla chiusura verso il simbolico-virtuale. Il soggetto si trova vincolato a una possibilità di azione che si gioca nel privato, lontana dalla trascendenza della percezione che permette di dispiegare un passato, un presente e un avvenire: il blocco della temporalità significa, di rimando, destrutturare la presenza, dissociare le funzioni di orientamento, perdere la portata simbolizzante del corpo altrui. La pluralità di mondi e significati cede il posto a un’unica visione privata e senza apprezzabile riscontro nella realtà, in cui gli oggetti assumono compiti e funzioni necessariamente aderenti e ridotti.

L’anormale non ci mette in scacco perché fa paura, perché è imprevedibile o perché mette in questione il nostro mondo, infatti per poterlo fare dovrebbe essere dentro a questo stesso mondo a pieno titolo, cioè dovrebbe essere normale. L’imbarazzo che connota emotivamente l’incontro con l’anormalità è piuttosto quello di un’aspettativa irrimediabilmente delusa, di un’effettiva impossibilità di riconoscimento reciproco, un limite di inassociabilità che ci fa sentire che con l’altro “non si ha nulla da fare e a che fare”.  

Avendo un piccolo glossario alla mano è possibile forse dare un nome appropriato al disorientamento e alle attese disilluse che possono riguardare “l’uomo del mio tempo”: al venir meno di un io posso si presenta una condizione fatta di anomalie e punti di rottura. Dopo che si è mosso qualche passo verso una definizione positiva di normalità, si può disporre del suo significato per filtrare eventi e situazioni: la sintonia che collega l’uomo al proprio ambiente risulta la condizione minima di appoggio, il contenitore di ogni sensata esperienza, la struttura implicita dell’esistenza. Il particolare, le articolazioni linguistiche e normative riguardano un piano diverso e salvano la trattazione da svolte tiranniche e totalizzanti. Ciò che è in gioco è qualcosa di più immediato e basilare, ossia un preciso sentimento che riguarda la percezione della continuità tra l’uomo che vive e il mondo che lo circonda. 

Risulta chiaro, alla luce di tutto ciò, che il disorientamento contemporaneo è conseguenza di un corto circuito che corrode dall’interno il senso di appartenenza e continuità tra sé e ciò che ci circonda – i gesti, le abitudini, gli spazi condivisi. Si tratta di qualcosa che, senza timori né baldanzose pretese, si può definire anormalità. In questo senso la normalità può allora essere definita come un valore, poiché indica la condizione fondante per una vita sensata: l’opacità illuminata e illuminante dell’alter-ego in un mondo raggiungibile.

  1.  M. Merleau-Ponty, La struttura del comportamento, Bompiani, Milano 1970, p. 259.
  2. Cfr. M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2003
  3. Ivi, p. 294.
  4. E. Husserl, La Psicologia Fenomenologica, Ila Palma, Palermo, 1988
  5. Ibidem.
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