Rainbow on a ship

Pensare Positivo

Ovvero allenarsi ad ignorare

di / 15 Febbraio 2020

“I fatti non cessano di esistere
solo perchè noi li ignoriamo.”

1.

La famosa canzone dei Beach Boys del 1966 Good Vibrations è un piccolo forziere d’argento da osservare con ammirazione. L’occhio potrebbe ragionevolmente perdersi nello splendore dell’oggetto, correre lungo gli intarsi, perdendo di vista la possibilità di forzarne la serratura – noiosa, stancante disciplina. È pur vero che qualcuno, prima o poi, potrà figurarsi questo scrigno per ciò che è in sé: un contenitore. Che cosa conterrebbe allora questa canzone, oltre al suo ritmo orecchiabile e la sua psichedelica sinfonia? Conterrebbe indicazioni riguardo ad un fenomeno evidente quanto non completamente osservato.

Nell’autobiografia I Just Wasn’t Made for These Times, Brian Wilson racconta a proposito della convinzione di sua madre che i cani fossero capaci di percepire le vibrazioni positive e negative prodotte dagli esseri umani. Questo concetto di “vibrazioni emotive” funge da base e ispirazione per la famosa canzone in questione. Il suo testo si riferisce proprio a questo campo di materia vibrante che compone un livello sostanziale di intreccio e legame fra un “lui” e una “lei”. L’uomo, colui che canta, dice: “I’m pickin’ up good vibrations/She’s giving me the excitations” (“sto captando delle buone vibrazioni/Lei mi sta dando emozioni”). Questa implicita teoria di una quasi-sostanziale influenza psichica sulla realtà – e su altri enti psichici – ha una profonda e paurosamente lunga storia. I Beach Boys strutturano qui un particolare paradigma dove la “direzione” di queste vibrazioni positive si sviluppa, in parole povere, da una fonte esterna verso il mio sistema mente-corpo, dove quest’ultimo riceve e afferma queste vibrazioni, permettendo una risposta sullo stesso piano espressivo. Questa visione si appoggia a distinzioni classiche quali esterno-interno, soggetto-oggetto e così via. Se sto “vibrando”, la possibilità è che io possa pulsare all’interno del campo psichico di qualcun altro e ricevere una risposta. Proseguendo nel testo, “lui” realizza che, per far sì che le vibrazioni positive non finiscano di galvanizzarlo, deve “keep those lovin’ vibrations a-happenin’” (mantenere quelle amorevoli buone vibrazioni che stanno accadendo con lei”). Abbastanza evidentemente, è cosa buona e giusta rimanere positivi e giocondi per rendere l’atmosfera e l’ambiente positivi e giocondi – giusto?

2.

Non sarebbe inaspettato l’aver fatto esperienza del paradigma contemporaneo della favola del positive thinking se si è incappati nella letteratura di auto-aiuto, nei video motivazionali su YouTube, se si è sentito citare il nichilismo ottimista. Se negli anni Sessanta ci si trovava a fantasticare su ideali sociali e crescita personale all’interno di una comunità di eguali – in sé una narrazione ideologica e anticapitalista – il nuovo paradigma si afferma come una “filosofia” soggettiva, di matrice molto individualistica: Fa’ le cose che ti fanno sentire bene. Questo, insieme alla convinzione che pensare positivo attiri eventi positivi, è l’anticamera di un enorme effetto placebo, imparentato a un realismo ingenuo e acritico. Isolamento sociale, depressione, solitudine sono solo alcuni dei fantasmi che infestano il mondo occidentale odierno, che hanno portato la cultura dell’auto-aiuto e della “crescita personale” ad una evidente inflazione, al pari di conferenze dal sapore settario di carattere motivazionale riguardo all’avere una vita “di successo”. Il dissolversi del senso su base sociale e individuale e la messa in discussione dei valori tradizionali che la Zivilisation annuncia e manifesta sembrano aver resettato la capacità degli individui di rispondere alla domanda: Come, e perché, dovrei vivere? Il cuore pulsante della ricerca di senso è fuggito dagli ideali di emancipazione e progresso spirituale umani verso la panacea della “realizzazione personale” – portata in grazia da individui che hanno dolorosamente ma vittoriosamente esplorato i labirinti dell’esistenza umana (?).

Un interessante esempio di tutto ciò è il fenomeno Jordan Peterson. Psicologo e professore universitario canadese, Peterson si è ritrovato avvolto nelle vesti del salvatore. Cominciò a pubblicare su YouTube video critici verso il “politicamente corretto” e la violenza che questo pratica sulla libertà d’espressione, insieme ad altri temi cari alla destra neoliberista, conservatrice e tradizionalista. Oggi Peterson è una figura pubblica di un certo rilievo, con un seguito enorme di giovani adulti confusi in cerca della via giusta per prendere in mano la propria vita, per comportarsi come persone (“pulisciti la stanza!”), per dare un senso proprio all’esistenza. Tutto ciò, ovviamente, biasimando un misterioso “marxismo culturale” di stampo postmodernista. È assolutamente splendido assistere, su YouTube, a spezzoni delle sue lezioni universitarie che hanno per titolo qualche frase acchiappa-click, come: “Questo video di 7 minuti cambierà per sempre la tua prospettiva sulla vita”. Le sue lezioni sono in parte fraintese e in parte spietatamente popolarizzate. Peterson è stato incensato come pater patriae dei figli del grano. Egli, comunque un esperto nel suo campo di studi, è soltanto la punta dell’iceberg. Il panorama generale si manifesta come un mercato di soluzioni facili e tangibili, superficiali ma non nel senso di frivole, ma nel senso letterale del termine: soluzioni che si curano della superficie sociale a livello individuale. Ovvero: istruire individui, interessati a raggiungere il loro proprio successo, a costruire una immagine socialmente “vincente”. Imparare a stare in mezzo agli altri e non con gli altri. La cultura dell’auto-aiuto e del positive thinking ha guadagnato una grossa schiera di adepti lungo i decenni passati. Adepti che non formano un insieme sociale, ma che sono accomunati dal culto dell’individuo autodeterminantesi. Il nucleo centrale attorno a cui ruotano questi “movimenti” è sempre lo stesso: l’auto-persuasione che tutti i problemi nella propria vita siano causati dal fatto di pensarli come problemi. Pensiamoli invece come prove rituali! Come step di una strada meravigliosa chiamata vita! Sorridere, e goderci il viaggio – come rigidi rami secchi trasportati da un torrente che, inumidendo la corteccia, dona a quelli l’illusione di una freschezza ormai irraggiungibile.

Nel tempo senza padri, i figli devono imparare tutto da soli. Non sono neanche più figli, ma spugne assetate, la cui capacità da acquisire è quella di rendersi i più duttili polimorfi per adattarsi alle voraci richieste di una società che pone sempre nuove sfide.

3.

Il mito del pensare positivo è desolante, ma pare pur sempre un discorso mitico. Riguardo i miti, possiamo dire che essi sono codici normativi in forma di narrazioni, metafore che aspirano all’universalità, rendendosi modelli prescrittivi ed esemplari di comportamento. I miti ordinano il reale, producono il Mondo dalle nebbie del caos; si manifestano addirittura come prospettive di carattere conoscitivo della realtà – come questa funzioni e come le comunità (Gemeinschaften) dovrebbero agire in relazione al Mondo e a loro stesse. I miti modellano strutture auto-legittimanti che producono oggetti sociali, modelli di comportamento, chiamate regole. I miti detengono un’incredibile efficacia nel definire e trasmettere valori – questo perché essi sono, inoltre, interpretazioni dell’esistenza e del mondo: Weltanschauungen. I miti sono latori d’ordine, garanti delle strutture, perciò è necessario che essi stessi si diano nella forma di coerenti strutture narrative. Il mito della positività di cui si fa esperienza attraverso i nuovi media, nei luoghi di lavoro e, in generale, nelle relazioni sociali è di matrice differente dai miti “tradizionali”. Non è una narrazione metaforica, non è teoretica, e non è una storia. Esso fonda se stessa come ethos, come interpretazione dell’esistenza e come un sistema di prescrizioni etiche per una vita felice. Pescando qui e là, la filosofia delle good vibes tenta di definire una sorta di impalcatura teoretica e accattivante.

Un modo efficace di descrivere il funzionamento della favola delle good vibes è attraverso la parola vedica mantra. Nonostante non ci sia un generale accordo sulla traduzione letterale della parola o dei versi, alcuni degli elementi ricorrenti sono legati alla concezione di mantra come formula che, tramite la pronunciazione di specifiche parole, produce pensieri o credenze – nella forma di oggetti di pensiero. La parola in sé deriva dalla radice man-, che significa “pensare, pensiero”. In questo senso, i mantra sono strumenti di auto-induzione (alla concentrazione meditativa) e auto-persuasione. La linea che divide auto-persuasione e auto-inganno può rivelarsi essere piuttosto labile. Come oggettificazione sia del linguaggio che del pensiero, il concetto di mantra disegna una chiara immagine di pensiero: un oggetto “esterno”, ideale e numinoso – la formula – agisce direttamente sulla “sostanza pensante”, similmente a come le pietre alchemiche interagiscono con spirito e materia. Questo modo orizzontale di concepire il pensiero, questa sua forma di naturalizzazione, lo descrive come sostanza – una sostanza intrinsecamente intrecciata alle emozioni e agli umori. È una sostanza che necessita di essere modulata e guidata, limitata e controllata attraverso lo strumento dell’enunciazione sacra, al fine di produrre effetti umorali e corporei; è percepita come uno strumento potente in grado di garantire l’atarassia, la pace, la serenità… ma che, comunque, richiede una ferrea disciplina.

Non è un caso che il mito della positività sia contornato da una serie di rinascimenti filosofici, un ritorno di moda di impalcature teoretiche come lo stoicismo, il cinismo, e un interesse variegato per le pratiche orientali come la meditazione e la sua degenerata declinazione occidentale, la mindfulness (consapevolezza). Un’indicazione rassicurante donata da queste reinassances è la sentita tensione a riunire idee e azioni, teoria e pratica nella vita d’oggi. Gli stoici e i cinici, ad esempio, sono parte di quella (purtroppo quantitativamente insignificante) razza di pensatori che hanno strutturato il loro pensiero come vera e propria pratica di vita. È una modalità che possiamo ritrovare anche nelle filosofie orientali, seppure con una differente concezione di cosa il pensiero sia e a come dovremmo pensarvici. I cinici in particolare, con l’arte della parresia, il dovere di dire – e vivere – il vero, rovesciando convenzioni e sconfessando i valori dominanti del loro tempo, si dimostrano essere parte di un lignaggio ancestrale di eretici che ha tentato di elidere la voragine che separa pensiero e reale. Ovviamente, il cinismo di cui facciamo esperienza oggi ha poco a che vedere con l’antico Kynismus, ma è piuttosto una forma di giustificazione moralistica per ogni azione in vista di un fine, in nome del più subdolo e spregiudicato realismo. Il nostro Cynismus è: “non è importante il mezzo ma solo il fine”. Ad ogni modo, l’obiettivo è quello di disciplinare il pensiero sotto lo scettro della vita e della presenza a sé. Queste renaissances, depotenziate da letture superficiali, sono parte del più ampio fenomeno del revival, portato in dote da ciò che viene definita condizione postmoderna. La ri-esplorazione di tendenze passate, obsoleti paradigmi di pensiero, modalità di apparire ormai consumate – e pure la loro rievocazione come poltiglia di un già-stato che dona l’illusione di novità (pensiamo alla cultura hipster) – sono tutte declinazioni di uno stesso sentimento. Nuove combinazioni dei soliti elementi sono soltanto trucchi magici combinatori: l’eterno ritorno dello stesso. La scialba nostalgia per un passato idealizzato è la manifestazione di un assente senso di appartenenza al presente e allo spazio sociale così come esso si dà. I revival agiscono come eleganti vestiti su corpi che si decompongono.

Coloro che sono familiari con questa declinazione de “la bellezza sta negli occhi di chi guarda” saranno in grado di capire quanto profondamente questa narrazione delle good vibes agisce come insieme di prescrizioni per una vita felice. Dalle prescrizioni si possono andare a ricercare conseguenze problematiche – proprio in quanto conseguenze e non premesse – riguardo l’immagine del pensiero che ne deriva. Quest’ultimo diventa una potenza immanente che gli esseri umani detengono, il quale, esattamente come un mantra ma senza l’atto numinoso del nominare, è capace di modellare l’esperienza che del mondo si ha, e forse il mondo stesso. Questa immagine mostra una strana forma di dualismo, un crogiolo di mondi dove il pensiero, nella forma dell’auto-persuasione, si pone come più influente rispetto al mondo fisico. Il motivo della necessità del persuadere se stessi è da ricercare nel fatto che il pensiero sarebbe, se lasciato libero, uno strumento pericoloso e potenzialmente dannoso. Esso ha guadagnato il ruolo che un tempo era delle passioni e degli istinti. L’atto pensante è, perciò, la propria stessa nemesi, e l’obiettivo è di trattarlo come un cavallo coi paraocchi: tradurre il nostro pensare in pensare-positivo, sicuri che ciò attirerà a sé eventi positivi. È certamente ironico che, dalle carni dell’auriga platonico, il pensiero si sia ritrovato relegato nel corpo di uno dei due cavalli da traino.

4.

Sarebbe saggio, al fine di approfondire il fenomeno che tratta questo articolo, analizzare alcune delle sue possibili origini e influenze storiche. Ciò che manca a queste sorta di narrazioni sperimentali è esattamente un’impalcatura teorica a sorreggerle. Per concepire il fallimento come una benedizione, l’umore come una materia amorfa e passiva ma modellabile, la tristezza e la solitudine come colpe, serve una giustificazione un minimo coerente. Storicamente, è interessante riferirsi al movimento del New Thought, nato all’inizio del XX secolo: una forma di immanentismo panteista che considera la natura umana come essa stessa divina. Una delle più importanti credenze di questo movimento era, ed è, la cosiddetta “legge di attrazione”, ovvero il credere che, data la natura energetica e spirituale degli esseri umani e della mente, pensieri negativi e positivi possano alterare il mondo esterno e le modalità di esperienza di esso. Questa dottrina ha trovato molti punti di affinità con movimenti naturalisti e proto-ecologisti nati nella seconda metà del XX secolo. La cultura Hippy e quella New Age, e finanche la teosofia sono tutte state visioni controculturali della società che hanno condiviso, più o meno in profondità, immagini di pensiero aventi a che fare con l’energia psichica e la sua interazione con la materia. Per questa ragione è bene evidenziare l’importanza della psicoanalisi, particolarmente nella figura di Carl Jung. La sua teoria della libido come energia psichica, assieme all’enunciazione del concetto di “inconscio collettivo” – dimensione condivisa da tutti gli esseri umani nella forma di una memoria trascendentale “genetica” – ha funzionato da (frainteso) ricco fondale da cui pescare per questi movimenti sopraccitati. Lo stesso può dirsi degli studi sulle sostanze psicoattive (e.g. Terence McKenna), che hanno aperto una variegata “nuova” serie di esperienze mentali, quindi una nuova collezione di interpretazioni circa la natura dello psichico. Tutti questi elementi assieme mostrano una sfaccettata eppure chiara struttura che sussurra all’orecchio del nichilismo. Discorsi ossessivi riguardo il potere infinito del pensiero e dell’immaginazione; l’isterico dibattersi per una libertà dalla società e le sue catene; la ricerca di una felicità che rifugge le grandi narrazioni utopistiche e desidera invece di trovare un suo posto nel mondo. L’autolegittimazione di questa favola della positività si basa sul fatto che essa non si considera come teoria, ma come fondata (scientificamente) su presupposti fisici, medici, biologici. La legge d’attrazione, ovviamente infalsificabile e quindi scientifica quanto l’esistenza degli omini verdi, prova a strutturarsi come conoscenza reale proprio sulla base di quella scienza che non può garantirle alcun grado di validità – invece che cercare, più intelligentemente, alleati in teorie dubbie ma interessanti come quelle relative alla sincronicità. O ancora: la neuroplasticità, ovvero l’abilità del cervello di “cambiare forma” al fine di ottimizzare le reti neurali, è spesso usata come prova del fatto che “pensare positivo è istruire il nostro cervello a pensare positivo”. È un po’ come rubarsi il naso da soli, credendo di truffare lo stesso oggetto che sta ordendo la truffa. Relativamente a questo assunto dell’istruire il pensiero usando il pensiero, è in ultima analisi necessario riferirsi a Ron Hubbard e il suo Dianetics, libro-manifesto da cui poi nascerà Scientology – un’altra prospettiva sul “potere del pensiero sul corpo” e sulla chiacchiera riguardo all’utilizzo del 10% del nostro cervello.

In questo coacervo cadaverico può rivelarsi difficile unire i puntini per cogliere i modi in cui ogni fenomeno ed evento ha influenzato questo nostro mito contemporaneo. Sarebbe, d’altronde, inutile; credo invece che un approccio proattivo, rispetto ad uno esegetico, possa dare migliori risultati e migliori risposte all’ordalia delle good vibes. C’è infatti una considerazione che si può fare. Lasciando da parte l’ovvietà ingenua della “ricerca della felicità”, si rivela essere non completamente pacifica la ragione per cui il soggetto contemporaneo abbia necessità di convincersi di essere felice al fine di esserlo. Perché mai dovremmo considerare sana la pratica di cancellare uno spettro intero delle nostre emozioni, con l’obiettivo di avere una vita felice? Per quale motivo dovremmo considerare solamente gli aspetti positivi di un evento che invece mantiene in sé, nella sua ricchezza, una infinità di interpretazioni riguardo al buono/cattivo? Sulla base di cosa dovremmo considerare i nostri pensieri come possibili nemici nascosti nella boscaglia?

Il problema ha radici in quella condizione che si definisce come postmodernità. Tutte le grandi narrazioni, ovvero le grandi visioni utopistiche del futuro, e i grandi sistemi filosofici si sono ritrovati bloccati dall’effettivo svolgimento degli eventi storici: la storia non è teleologica e non è neanche, in sé, la storia di qualcosa. Come sarebbe possibile giustificare in un discorso emancipativo dell’umanità tutte le atrocità avvenute nel XX secolo – senza rischiare di renderle dialettiche? La storia è il tempo che passa, le cose che cambiano, le prospettive che mutano. I valori tradizionali e quelli etici si sono rivelati come culturali e temporali. Non c’è una fondazione assoluta del pensiero e della conoscenza; la conoscenza è informazione, l’informazione è prodotto, il prodotto è vendibile. Gran parte della nostra comprensione del mondo passa attraverso la cibernetica, e molti dei nostri modelli di relazione sono tecnologici. Il futuro, ben lontano dall’essere un visionario modello regolativo, un ideale, rimane più a ridosso del presente; in un certo senso, retroagisce sul presente – e.g. la possibilità di una catastrofe ecologica ci forza ad agire come se il futuro fosse già presente. In questo paesaggio, uno dei problemi più subdoli è quello della legittimazione dei discorsi. Le grandi narrazioni si dissolvono, piccole narrative individuali cominciano a diffondersi. La conoscenza di chi è legittimata ad essere considerata conoscenza vera? L’essere esperti giustifica il fatto che il nostro discorso sia più valido di qualcuno non esperto? Come si costituiscono verità e legittimazione? Lyotard risponderebbe: attraverso il potere nella forma del denaro, ma le cose oggi stanno diversamente rispetto al 1978. Il denaro stesso è diventato la fonte del sospetto riguardo all’informazione. La conoscenza è percepita, perciò, come legata agli interessi individuali – se ti trasmetto qualcosa, può darsi che lo faccia per farti credere qualcos’altro. È l’epoca dei complottismi.

5.

È un eccellente mondo nuovo che fa esperienza di una degenerata forma di resistenza. Nonostante tutto, la fioritura di un sentimento inconscio a resistere è qualcosa da preservare gelosamente. La mancanza di un principio di legittimazione e di verità è legata allo smembramento della figura del Padre (super-ego), da cui nessun altro paradigma è stato in grado di manifestarsi. Ci sono stati tentativi di un ritorno al principio materno e generatore – alla terra e alla natura – ma si è trattato di futili spasmi. Il positive thinking è uno di questi tentativi, dove un corpo acefalo eccita ogni centimetro della propria superficie per resistere la morte cercando una nuova testa, come se continuare a muoversi significasse preservare la vita. Un’altra volta si tenta una truffa ai danni di se stessi. L’auto-aiuto funge da àncora di salvezza contro l’angoscia di un’esistenza senza significato, senso di appartenenza, senza un posto prefabbricato nel mondo. Anche senza storia – poiché la storia non è la mia storia. Il futuro è, fintanto che è il mio futuro. Come prescrive l’ottimismo nichilista, perciò, tutto ciò che mi fa sentire bene ha valore poiché niente ha valore – se non ciò che mi fa sentire bene. Se poi capitasse che il mio stare bene agisca anche sugli altri, meglio ancora! Non è, comunque, una condizione necessaria. Ciò che si dimentica, nel raccontare e nell’immedesimarsi in questa favola, è che ciò che ci fa sentire bene sta alla fine del percorso. L’oggetto causa dello “stare bene” o della felicità è un oggetto che si dà come risultato, non come posizione in sé. Per guadagnare ciò che ci fa stare bene si deve tener conto che non è il pensiero che manipola direttamente la materia e produce le condizioni d’esistenza di quell’oggetto; è l’azione, determinata dal pensiero e dalla volontà. Agire è doloroso, talvolta ripetitivo, sempre stancante. È un consumo, dispendio di energia, piuttosto che una ricerca ossessiva di vibrazioni energetiche come per il positive thinking. Il dispendio produce variazioni, permette di raggiungere la concretezza di un oggetto dato solo, in prima istanza, idealmente. Ricevere il bene perché “si è buoni”, senza fare il bene, è nulla più che un capriccio. La nostra favola delle good vibes è quella fiaba che si ascolta da bambini, di cui se ne interpreta malamente il contenuto e che dona una convinzione che solo in età adulta ci si rende conto essere falsa – forse finanche dannosa. L’ottimismo nichilista è il rantolo dell’Ultimo Uomo; in un universo che non rivela nessun intrinseco senso (?!), ognuno deve dimenticare tutto ciò che non rientra nel proprio orizzonte di vita – dimenticare il passato per godersi la bestialità del presente. Ma per raggiungere quel presente felice bisogna poter guardare agli sforzi del passato, che ci sia stato un cammino, un calvario.

Questo è un tempo di passaggio. I paradigmi hanno bisogno di tempo per conquistarsi un posto, i valori devono essere sperimentati per farsi concreti. Bisogna avere paura, per creare qualcosa di differente o riafferrare ciò che si è dato per scontato. La nostra concezione del tempo si è ristretta, dato che non c’è più fiducia nel passato e certezza del futuro. Ma chi se ne importa!? Pensiamo a tutte le positive, bellissime cose che potremmo imparare dalle rovine del mondo su cui cammineremo, accompagnati da un grande sorriso. Quando morirò, non importeranno più i problemi della mia vita… quindi, perché mai importano adesso?

Questo è un tempo di passaggio. I vecchi ordini cadono, le credenze diventano ridondanti, obsolete. Nuove relazioni cominciano a intrecciarsi; nuove tensioni iniziano a determinare nuovi poli della differenza; nuovi sistemi imparano come ordinare le strutture. Tutto ciò dipende dal tempo. Non necessariamente il tempo della nostra vita, del nostro pensiero di individui, dei nostri desideri. Soprattutto, per poter pensare e vivere questo tempo di passaggio, dobbiamo emendare le limitazioni che ci poniamo da soli per nascondere paura, desolazione, mancanza di speranza. Il compito del pensiero, particolarmente nei periodi di transizione, è esattamente quello di esaminare e trattare ciò che fa tremare il mondo, ciò che infesta i nostri sogni. Il pensare positivo e il miglioramento personale (sulla base di cosa?) sono rigidi, statici e morti rami utili solo ad accendere un fuoco. Uno solo. Auto-inganno come palliativo.

Nessuno ci garantisce che il passaggio sarà un passaggio verso qualcos’altro piuttosto che il nulla. Credere che l’istanza del tempo come passaggio abbia la natura di una rassicurazione è ingenuo quanto guardare al mondo attraverso lenti rosellino pallido. La catastrofe ecologica ci ha avvisato del fatto che possiamo far esperienza in ogni momento della nostra fine, e che essa veste maschere molteplici. Un sistema mondo che vede fiorire boccioli di complessità sempre crescente che annullano la nostra capacità di previsione si vive come una casa troppo grande perché sia possibile rendersi conto di tutte le falle e di tutta la manutenzione da fare. La tecnologia dovrebbe correrci in aiuto, ma essa stessa è un oggetto con cui non abbiamo ancora imparato a relazionarci completamente. Allora il tempo di passaggio è quel tempo in cui si affina ciò che si ha, si attende preparandosi a qualsiasi cosa giungerà. Nel tempo, noi dovremmo tendere ad una maturità che ci permetta di cogliere le cose con responsabilità. Le nostre decisioni, i nostri pensieri, le nostre azioni come reti di relazioni fra noi e gli altri sono il modo realmente “realista” per aprirsi un varco nei giorni in cui i paradigmi si evolvono. Sarebbe da considerare seriamente una uscita dalla pubertà intellettuale, affacciandosi alla presa di responsabilità di considerare noi stessi come i fantasmi che ci siamo nascosti alle spalle. Affrontare i fantasmi per dare tempo al tempo, aspettare gli eventi e aprir loro la strada. Non con un sorriso speranzoso, ma con profonda cognizione – allora sì di matrice stoica e cinica nella loro essenza più originale. Se l’infanzia è il tempo della fiducia nei valori, l’adolescenza i giorni della messa in discussione degli stessi, allora la maturità è riordinare i cocci – e non avere più bisogno di prescrizioni.

Biblio/sitografia (in ordine di apparizione)

  1. Good Vibrations – The Beach Boys, Capitol Records, 1966
  2. Sul “positive thinking”: Positive thinking: Stop negative self-talk to reduce stress; How To Reprogram Your Mind (for Positive Thinking); The Power Of Positive Thinking: How Thoughts Can Change Your Life; 7 Practical Tips to Achieve a Positive Mindset
  3. Esempi di video motivazionali: STOP BEING A VICTIM – Powerful Motivational Video ; NO EXCUSES – Best Motivational Video; WARNING! Belief changer
  4. Nichilismo Ottimistico: Optimistic Nihilism
  5. O. Spengler, Il tramonto dell’occidente, Longanesi, trad. it. J. Evola, 2008
  6. Su Jordan Peterson e la bastardizzazione delle sue lezioni: Men & Women: Personality Differences | Discovering Personality with Dr. Jordan B. Peterson; Jordan Peterson – Stop Hiding! You Are Stronger Than You Think; Jordan Peterson – Clean Up Your Room!
  7. Sui miti, fra gli altri: E. Cassirer, Linguaggio e Mito, SE, trad. it. G. Alberti, 2006; M. Eliade, il Sacro e il Profano, Bollati Boringhieri, trad.it. E. Fadini, 2013; F. Creuzer, Simbolica e mitologia, Editori Riuniti, trad. it. G. Moretti, 2004
  8. F. Toennies, Comunità e Società, Laterza, trad.it. G. Giordano, 2011
  9. Alain Daniélou, Miti e dèi dell’India, BUR, trad. it. V. Hefti, 2008
  10. Sulla degenerazione dello stoicismo contemporaneo: Stoicism & The Art of Not Caring; Marcus Aurelius: LIFE CHANGING Quotes (Stoicism)
  11. Sullo stoicismo e cinismo in chiave contemporanea: G. Deleuze, Logica del Senso, U.E. Feltrinelli, trad. it. M. de Stefanis, 2014; P. Sloterdjik, Critica della ragion cinica, Raffaello Cortina Editore, trad. A. Ermano M. Perniola, 2014
  12. Sul postmoderno e sul revival: J. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, trad. C. Formenti, 2014; F. Jameson, Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi, trad. M. Manganelli, 2004; T. W. Adorno, Parva aesthetica, Mimesis, trad. M. Masiero, 2011
  13. Sul New Thought: NEW THOUGHT MOVEMENT – History and What We Believe – A Practical Spirituality ; R. Byrne, Il segreto, Mondadori, trad. S. Nerini, 2018; i migliori libri sulla legge di attrazione/
  14. C. Jung (fra gli altri): L’Io e l’Inconscio, Boringhieri, trad. A. Vita, 1948; Energetica psichica, Boringhieri, trad. G. Bistolfi, 1980; Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, trad. E. Schanzer e A. Vitolo, 1977
  15. Sulla neuroplasticità secondo il positive thinking: How Does Thinking Positive Thoughts Affect Neuroplasticity
  16. L. Ron Hubbard, Dianetics: la forza del pensiero sul corpo, N.E. Publications Int., 2007
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