La Cura

Riflessioni su problema e soluzione nella società globale

di / 19 Aprile 2020

“La cura alla condizione umana è la malattia, poiché solo allora c’è speranza per una cura”.

Nell’ultimo film di Gore Verbinski, La cura del benessere, un innaturalmente longevo personaggio pronuncia la frase paradossale qui sopra con arie da maestro di filosofia orientale. Oggi, tale frase può rappresentare un interessante spunto di riflessione, da innumerevoli prospettive, sulla condizione in cui il mondo è scivolato. Se questo non è il momento giusto per riflettere sull’influenza che la malattia – l’evento problematico in generale – ha sulla visione del mondo e della vita, della società e delle relazioni, allora quando?

Malattia e cura sono metafore per i più universali concetti di problema e soluzione e, nella frase citata, sottolineano con efficacia la natura fondamentale del problema rispetto alla soluzione. Il problema, la malattia, è di per sé pharmakon, veleno ed antidoto; è l’insieme di entrambi, la loro coesistenza, e proprio in quanto coesistenza si determina come causa della soluzione e della sua ricerca.

Il progresso avviene attraverso la definizione di problemi e del loro conseguente addomesticamento; di gioco in gioco, di soluzione in soluzione. Questo pensiero del tempo come dimensione del susseguirsi di ostacoli è caratterizzato da una certa relazione che il passato, il presente e il futuro allacciano l’uno con l’altro. Il futuro è il luogo del migliore, del superamento del presente inteso come grado di benessere, di libertà, di realizzazione. È una visione, questa, derivata induttivamente: la storia dell’uomo è la storia di soluzioni a problemi, di scioglimento di nodi e di miglioramento della condizione umana. Uno sviluppo, un’evoluzione. Allora il passato è il luogo degli esempi, il presente dell’attesa, il futuro dei modelli ideali.

Minor complessità significa più concretezza della soluzione, più contiguità alla sfera dell’oggetto problematico. È dal problema che nasce la soluzione, e questa direzionalità è intoccabile, sacra. La cura non sarebbe necessaria in un mondo senza malattie. Ben lungi dall’essere un’ovvietà, la relazione fra problema e soluzione è una delle corde più delicate del cuore della contemporaneità.

L’Hoerderlin citato da Heidegger ne La questione della tecnica esprime con efficacia tale sentimento: “Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva”1. In questa paradossale presa per mano fra poli opposti si manifesta l’idea dell’instabilità come unica condizione sopportabile; si definisce la tensione verso “la salvezza” come unico spazio abitabile. L’Heidegger che cita Hoerderlin non è lo stesso degli ultimi anni della sua vita, quello dell’intervista a Der Spiegel 2– quello per il quale “solo un dio ci può salvare”. C’è qualcosa, effettivamente, che nel verso di Hoerderlin non torna, e dipende tutto dal modo in cui viene letto quello stesso verso. L’errore in cui si potrebbe cadere è quello di confondere il necessario con il possibile; è indubbio che ovunque si ponga un problema – se sì è abbastanza attenti da coglierlo – si genera, in teoria, il suo complemento: la soluzione. Ma la soluzione è solo possibile, e lo è fintanto che non intercede l’azione; si agisce per trovare la soluzione, ma non è pacifico che la si raggiunga.

Sull’intreccio problema-soluzione poggia il concetto stesso di progresso – e tutta la favola ad esso connessa. Mettere in discussione la favola è sempre stato un atto terroristico, dato il particolare statuto del passato. Ad analizzare dati ed ascoltare storie, fino al IX secolo, sarebbe stata pazzia non interpretare lo sviluppo umano come una funzione a crescita esponenziale nella maggior parte degli aspetti. Le cose si sono fatte più scivolose nell’ultimo secolo, da quando si è scoperto come il propagarsi e l’istanziarsi degli incidenti e dei pericoli corra di pari passo, se non più velocemente, con lo sviluppo delle società umane e della tecnologia. Ogni novità è accompagnata da una serie di pericoli sotterranei incalcolabili a causa della complessità che caratterizza le relazioni fra le cose e le persone nella contemporaneità. Pericoli incalcolabili sono pericoli imprevedibili, che evolvono silenziosamente e che esplodono fragorosamente, molte volte già troppo tardi perché li si comprenda come pericoli. Insomma, il nostro tempo nasconde potenzialmente in grembo una rete tumorale complessa quanto la società stessa – una complessità non totalmente afferrata.

In questi giorni è chiara l’attualità di questi concetti: il peso dell’immobilità, la speranza, il pericolo e la salvezza, la malattia e la cura, il problema e la soluzione. Non ultimo: la perplicazione dei pericoli che si generano dalla malattia come elemento centrale, e la manifestazione retroattiva dei problemi che hanno permesso l’istanziarsi stesso della malattia. Il coronavirus è essenzialmente un Evento: annebbia il futuro, discute il presente, sospetta del passato.

Tutto ciò è attuale all’ennesima potenza poiché non si limita ad un’attualità temporale, ma anche, e soprattutto, ad una attualità spaziale. Tutto il mondo sperimenta la medesima condizione: la malattia.

Un’entità non percepibile sensibilmente, se non attraverso le conseguenze che causa, attenta alla quotidianità globale, alle prospettive sulla globalità, alle relazioni e ai contatti con gli altri. In ciò che succede – L’Evento –si manifestano molte delle dinamiche effettive che dominano la situazione attuale in tutta la sua complessità, subissando discorsi e narrative. Si manifesta il Reale oltre le favole e gli autoconvincimenti. L’essenzialità degli Eventi risiede nella capacità di sospendere i linguaggi – seppure per un breve, brevissimo tempo; la rimodulazione si fa campo con pressante velocità.

Le grandi narrazioni teleologiche – cristianesimo, marxismo, illuminismo – come ci insegna Lyotard3 sono andate sgretolandosi, e potremmo dire che tutto ciò è accaduto, anche, per il ribaltamento essenziale del nostro rapporto con il futuro. Elemento portante di queste escatologie era, riagganciandosi all’inizio di questo discorso, la speranza nel futuro e nel miglioramento della condizione umana; il farsi-vedere della cura – ovvero, un rapporto sbilanciato con il Reale. Da ogni dove, però, oggi si sente trattare del problema della complessità e della velocità – in relazione alla società, alla vita, al lavoro ecc.. Il “nostro” futuro appare ben più difficilmente fondabile su narrazioni ottimistiche, poiché molto più difficile è la comprensione delle dinamiche del presente. Un presente, il nostro, che permane molto meno rispetto a quello dei nostri antenati, a causa di un accostamento di caratteri che si è insinuato, attraverso il medio della tecnologia, nella vita. Questo accostamento, come sopra, è quello tra complessità e velocità, e si lega direttamente al discorso problema-soluzione. Nel pericolo cresce anche ciò che salva, ma l’utilizzo del termine “cresce”, soprattutto per noi, sottolinea la valenza del tempo. A maggiore velocità e complessità, il pericolo si sviluppa in maniera più incontrollabile e avanza a passo più spedito. Sistemi sociali più elementari, a gradi di complessità più bassi del nostro, hanno il privilegio di avere tempo per far-crescere. Il presente è una stanza più larga, con più luce, e permette la coltivazione della cura, a fronte di una malattia che, permanendo di più nel presente, si propaga meno velocemente. È una corsa.

Dove la tecnologia istanzia relazioni subliminali, sottilissime e variegate, e dove la scienza aggiunge dati a dati, la complessità si fa velocità. In un mondo più veloce il pericolo si propaga esattamente come un virus, e il grado di pericolosità è interamente definito dalla capacità infettiva di quello. In un mondo aperto, colmo di agenti e di azioni, di movimenti e di nomadi, la velocità dello sviluppo delle soluzioni appare inadeguata alla spontanea virulenza dei problemi.

Per afferrare più efficacemente quel concetto di futuro che ci abita bisogna fare i conti con l’atto che è proprio dell’Evento. L’essenza della nostra comprensione degli eventi risiede nel loro succedere – che è anche un succedersi. Ciò-che-succede non è semplicemente l’accadimento: è un accadere che si protrae fino all’accadere successivo: una successione di accadimenti. L’Evento è successo – ma di fatto è anche succeduto ad altri Eventi. Così come velocemente gli Eventi succedono, così tanto velocemente esauriscono la loro portata terrificante e vengono normalizzati. Questa normalizzazione è lo slancio autoimmune di un organismo che prova una serie troppo grande di dolori. La società, così come è strutturata, è la quintessenza dell’epicureismo, il trionfo dell’atarassia nella sua forma più vomitevole: rassegnazione all’inevitabilità del dolore.

La nostra visione del futuro, come nota Paul Virilio4, è diventata attesa dell’incidente. Non si fa più esperienza del “passaggio” dal presente al futuro, ma del succedersi di incidenti. Egli concentra il suo discorso sulla rimodulazione dell’evento della natura, come disastro, in incidente artificiale, collisione fra enti tecnologici: più il mondo, attraverso la tecnologia, si fa complesso, più si fa veloce, e più incontrollabili sono le conseguenze delle relazioni che si instaurano. L’incidente diventa evento consueto della contemporaneità. L’origine “naturale” degli eventi che minacciano il nostro mondo oggi, dalla crisi ecologica alla pandemia globale, può sembrare sconfessi Virilio, ma è chiaro che essi siano stati possibili esattamente grazie all’ipervelocità a ipercomplessità del mondo contemporaneo. La crisi ecologia ne è un effetto, mentre la pandemia è stata resa possibile anche e soprattutto dalla fluidità degli spostamenti di vettori infetti nello spazio globale.

Il futuro del nostro presente, perciò, è la storia di una catastrofe continua. Il lavoro dei media, in questo caso, ne è un particolare esempio; il linguaggio del disastro, l’accentuazione delle caratteristiche negative di ogni evento, l’arte di evidenziare il carattere apocalittico degli eventi è una delle principali piaghe dell’informazione. Le news che “vendono sono principalmente quelle che instillano la paura, o che la alimentano. Il fenomeno delle fake news, del complottismo e del sospetto cavalca ed esemplifica l’essenza di questa relazione col tempo e con gli eventi: la ricerca ossessiva della malattia, al fine di legittimare la rivolta e la ricerca di una cura. La politica stessa non è immune a questo tipo di racconto, e la tensione nazionalista, sovranista premoderna di cui il mondo è stato testimone negli ultimi anni è figlio di questa insofferenza alla stasi, all’immobilità reale, unita alla percezione derealizzante del disastro atteso nel futuro.

L’arrivo di una malattia reale sottolinea tutta una vasta serie di paradossi legati a quanto detto sopra. Il linguaggio del disastro si scontra con l’indifferenza o lo sbeffeggiamento dinanzi ad una emergenza concreta, colta come tale solo nel momento in cui ha già la forma di una trave a pochi centimetri dal nostro naso. È certamente ovvio che sia ormai comune il sentimento di esasperazione nei confronti dell’informazione – ormai anch’essa contagiata dall’interesse economico – e dell’autorità politica. In generale, manca l’oggetto sociale della credibilità, e quindi della fiducia. Questo rende impossibile la coordinazione fra micro e macrostrutture, fra strati sociali, fra popolo e governo, fra scienza e senso comune. Una società sempre più complessa ha bisogno, in prima istanza, di chiarezza, coerenza e competenza per rendere possibile la comunicazione fra organi. Questa difficoltà di organizzazione dei sistemi è data principalmente da un processo di autoimmunizzazione dal discorso pubblico che, appunto, perde credibilità ad ogni parola proferita. Si creano delle bolle di sordità e indifferenza verso l’esterno, verso il non-proprio, all’interno di uno stesso sistema, che pregiudicano ogni tipo di funzionamento, ogni tipo di coordinazione. Il linguaggio del disastro è come un continuo “al lupo! Al lupo!”. La situazione attuale, però, è caratterizzata dal fatto che non è un membro della comunità a perdere la credibilità, bensì interi organi sociali che finiscono per ritrovarsi isolati, danneggiando la comunicazione, l’interazione con gli altri e limitando la propria funzione all’interno del sistema.

Il coronavirus ha evidenziato, e sta evidenziando, tutto ciò in maniera impeccabile, celebrando la necessità delle competenze, della preparazione e della prontezza, della legittimazione dell’azione e della parola attraverso la cultura individuale. La solidarietà stessa non è altro che la capacità di porsi in relazione e in ascolto dell’altro – uscire dalla sordità, ritentare di aver fiducia. Specularmente, la crisi accusa in maniera violenta la stupidità, il pressapochismo, l’inadeguatezza. Un mondo ipercomplesso non permette tempo per lo studio nel momento in cui la malattia dilaga, e questo in realtà è assolutamente ovvio. Più velocità di diffusione dei problemi richiede più prontezza, più sensibilità – tutte capacità acquisite da una preparazione profonda e dall’affinamento di competenze e di capacità analitiche acquisite prima che qualsiasi problema si manifesti. Questo, si faccia attenzione, non preannuncia necessariamente un nuovo antagonismo sociale che addita l’ignoranza e celebra la sensibilità intellettiva (ben diversa dall’intelligenza concepita come capacità di “vincere giochi”5). E non dovrebbe farlo: sarebbe solo un’altra declinazione dei valori della moralità su un’altra base; un ennesimo racconto, un’altra metafisica.

Lo spettro che infesta questa sperata concordanza comunicativa fra organi diversi dello stesso sistema è il solito problema della legittimazione dei discorsi a fronte delle differenze dei giochi linguistici, sempre irriducibili gli uni agli altri. Il linguaggio della scienza, di carattere denotativo, è e rimane inaccessibile, nella sua forma e nella sua pragmatica, da altri domini linguistici se non attraverso la narratività (pensiamo alla divulgazione scientifica, molto più narrazione che scienza). Di contro, il linguaggio sociale è formata da intrecci di ogni tipo di enunciati prescrittivi (dell’azione) e denotativo-descrittivi (della cognizione). Come trasportare la competenza scientifica nei discorsi sociali? Come rendere la scienza parte della cultura, e non solo un suo lembo tangente? La risposta a cui sono più affezionato è quella relativa al rifiuto delle narrazioni universali in quanto meta-narrazioni, e la loro presentazione in forma di narrative materialiste – storie scientifiche dell’universo, dove il protagonista non è l’uomo, ma l’energia e la materia. È importante, a mio avviso, accennare questo discorso qui, ma non dilungarvisi oltre; ci vorrebbe spazio da prendere altrove. È comunque qui, a mio parere, che si mostra il carattere benefico dell’Evento problematico: attraverso quest’ultimo, gli organi del sistema sono in grado, in maniera indipendente, di focalizzarsi sul medesimo oggetto, ovvero il problema. In questo atto parallelo si può istanziare la comunicazione fra le parti, e questa comunicazione avviene solo tramite mediatori competenti, capaci di fare propri i diversi giochi linguistici. Questa è, in ogni caso, una soluzione temporanea, che deve preannunciare lo sforzo di riunificazione degli istituti del sapere.

L’insegnamento fondamentale da cogliere in questa situazione – niente di nuovo, niente di strano, tutto già detto – è che abbiamo necessità, come società globale, di affinare la nostra sensibilità verso la preparazione, che essa sia teorica, pratica, emotiva. Se il mondo corre veloce, è necessario affidare a coloro che sanno correre a quella velocità le redini, allontanando, attraverso lo strumento del disinteresse, tutti coloro la cui unica capacità è parlare troppo senza proprietà della materia, e talvolta neanche di linguaggio. Per permettere la comunicazione fra gli organi di un sistema c’è bisogno di lubrificazione, chiarezza, competenza, coerenza – solo allora il sistema fa propria un’unica direzione, un’unica risposta, un’unica azione.

  1. Heidegger, 2017
  2. IPer scaricare l’intervista ad Heidegger
  3. Lyotard, 2014, sez. 9
  4. Cfr., fra gli altri, Virilio, 1986; 2010
  5. definizione di Nick Land
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